keith richards ha avuto una vita più intensa di gesù cristo, probabilmente ha salvato più vite a scapito della sua, ha scritto canzoni migliori, è stato tradito da molti giuda, è morto e risorto anche oltre il terzo giorno, eppure nessuno la domenica mattina accende un cero per lui (forse una canna si):
1) keith coe gesù nel deserto si è autoesiliato nel sud della francia per oltre tre mesi resistendo ad ogni tipo di tentazione emotiva ed uscendosene fuori con quel capolavoro biblico “exile on main street”
2) come gesù che spezzò il pane anche richards ha spesso diviso con i suoi apostoli buste di ero
3) morto e risorto lo stone alone da innumerevoli overdose superando il record dei tre giorni di cristo
4) halleluja halleluja inno di gesù e di molto inferiore a satisfaction e non è mai stato no.1 nella chart uk e usa il figlio di dio.
5) Gesù è stato tentato diverse volte dal demonio, keith è diventato il demonio stesso per non farsi più tentare.
6) Javè ha perdonato la peripatetica maddalena e keith gli dava anche i soldi
Insomma perchè ostinarsi a genuflettersi ad un uomo probabilmente mai esistito o comunque vissuto 2000 anni fa piuttosto che glorificare un nostro contemporaneo le cui gesta sono sotto gli occhi di tutti.
Per farla corta per farla breve, si prenda, mica tanto figurativamente un’ accetta e e si trancino in due i linguacciuti Rolling Stones, le due metà come la coda della lucertola mozzata dal suo corpo restano in vita dissociate, irreversibilmente, sommariamente dalle metà mozzate degli Stones hanno preso vita figli de-generation XXX:
ROLLING STONES
Their Satanic Majesties request ————————— BRIAN
JONESTOWN MASSACRE: Their Satanic Majestisties’ second request (psichedelia – mantra indian and freak oriented)
Exile on Main Street——————————————-PUSSY GALORE: “Exile on main street” (junk street rock ballad) WHITE STRIPES: Get behind me Satan (mega riff e ballads) ROYAL TRUX: “Pound for pound” (same story..)
Queste due derive hanno evoluto/involuto il sound degli stones partendo da due pietre miliari ciò che manca in questo momento storico, il vuoto che attrae, è una band che sia la risultante algebrica delle due istanze sviluppate dai gruppi sopra citati negli anni ’80-’90-’00
Signor legislatore, signor legislatore della legge del 1916, abbellita dal decreto del luglio 1917 sugli stupefacenti, sei uno stronzo. La tua legge non serve ad altro che ad infastidire la farmacia mondiale senza apportare profitto alcuno all’abbassamento del livello minimo del numero dei tossicomani della nazione perché:
1° il numero dei tossicomani che si riforniscono presso il farmacista è trascurabile;
2° i veri tossicomani non si riforniscono presso il farmacista
3° i tossicomani che si riforniscono presso il farmacista sono tutti malati
4° il numero dei tossicomani malati è trascurabile in relazione a quello dei tossicomani voluttuosi
5° le restrizioni farmaceutiche sulla droga non disturberanno mai i tossicomani voluttuosi ed organizzati
6° ci saranno sempre frodatori
7° ci saranno sempre tossicomani per difetto di forma, per passione
8° i tossicomani malati hanno sulla società un diritto imprescindibile: che la società non rompa loro i coglioni.
È innanzitutto una questione di coscienza. La legge sugli stupefacenti mette in mano all’ispettore-usurpatore della salute pubblica il diritto di disporre del dolore degli uomini; è una singolare pretesa della medicina moderna il voler dettare alla coscienza di ciascuno i propri doveri.
Tutti i belati della carta ufficiale sono impotenti di fronte a questo fatto di coscienza: più ancora della morte io sono padrone del mio dolore.
Ciascun uomo è giudice, e giudice esclusivo, della quantità del dolore fisico o anche della vacuità mentale che può sopportare con onestà.
Lucidità o non lucidità, c’è una lucidità che nessuna malattia mi porterà mai via, ed è quella dettatami dal sentimento della mia vita fisica; e se ho perso la mia lucidità, la medicina ha solo una cosa da fare, darmi le sostanze che mi permettano di recuperare l’impiego di questa lucidità.
Signori dittatori della scuola farmaceutica di Francia, siete dei servi pedanti e mutili.
C’è una cosa che dovreste ponderare meglio: l’oppio è quella sostanza imprescrittibile ed imperiosa che permette di rientrare nella vita della propria anima a coloro che hanno avuto il dolore di perderla.
C’è un malessere contro il quale l’oppio è sovrano e questo malessere si chiama angoscia, nella sua forma mentale, medica, fisiologica, logica o farmaceutica, come preferite. L’angoscia che crea i folli, l’angoscia che crea il suicida. L’angoscia che crea i dannati. L’angoscia che la medicina non conosce. L’angoscia che il vostro medico non sente. L’angoscia che lede la vita. L’angoscia che opprime il cordone ombelicale della vita.
Per mezzo della vostra legge iniqua mettete in mano a gente in cui non ho fiducia alcuna, stronzi in medicina, farmacisti in letame, giudici in approssimazione, dottori, ostetriche, ispettori dottorali, il diritto di disporre della mia angoscia, di una angoscia in me sottile quanto tutti gli aghi di tutte le bussole dell’inferno. Tremiti del corpo o dell’anima, non esiste un sismografo umano che permetta a colui che mi osserva di arrivare a una valutazione del mio dolore più precisa di quella, folgorante, del mio spirito.
Tutta l’aleatoria scienza degli uomini non è superiore alla conoscenza immediata che io posso esperire del mio essere: sono l’unico giudice di ciò che è in me.
Rientrate nelle vostre soffitte, spregevolezze mediche, e anche tu, signor legislatore Moutonnier, non è certo per amore degli uomini che deliri, è per tradizione d’imbecillità. La tua ignoranza di ciò che un uomo è, è uguagliata solo dalla tua idiozia nel volerli limitare. Ti auguro che la tua legge ricada su tuo padre, su tua madre, su tua moglie, sui tuoi figli e su tutta la tua posterità.
Ed ora inghiotti la tua legge.
Parigi 1917
Antonin Artaud (1896-1948)
Noi più o meno quarantenni insieme a quelli di una generazione sotto ed una sopra abbiamo un po’ di idiosincrasia verso il palcoscenico teatrale, sia esso classico o sperimentale/avanguardistico o parrocchiale.
Il nostro palcoscenico è una scatola folle che ci succhiamo comodamente attaccati al tubo catodico di gas demenziale spesso stravaccati sul divano, oppure è un palco fatto di assi in tubi innocenti per ammirare i mattatori del rock and roll che ammaestrano le masse.
Insomma se degli anni ’60 ritengo di essermi perso qualcosa, ciò è sicuramente più prossimo ad una performance di Jim Morrison che del Living Theatre (anche se J.Beck influenzò e non poco la controversa esibizione di Morrison a Miami).
Eppure il mio curriculum, come quello di molti altri, parla di un piano di studi universitario con dentro ben 3 annualità di storia e critica del teatro e due di metodologia e critica, ancora mi sto chiedendo chi abbia sostenuto quegli esami….
Tutto ciò che mi è rimasto di questo curriculum sono pochissimi punti fermi: il venerabile Eugenio Barba, quanti proseliti nel mio dipartimento, e quanti inutili libri fotocopiati per fortuna, si chiama Barba ma si rade, ha rivisto la teoria di Stanislao sul lavoro dell’attore buttandoci dentro un po’ di Protosky il lavavetri polacco del teatro povero et crudo e non crudele ed ha coniato la gemma dell’attore professionista qualunquista: con un training specifico ed impegnativo chiunque può diventare attore, l’attore è un mestierante come il muratore, ma la domanda che vorrei rivolgere al buon Barba appena sbarbato è: se così stanno le cose perché sei emigrato in Danimarca con le sovvenzioni e i finanziamenti dello Stato danese a mandare avanti il tuo centro sperimentale dell’Odin mentre i tuoi attori “professionisti” fanno la fame in Italia dove lo Stato non ha mai sborsato una lira? Non mi pare un gesto così coraggioso e crudele, forse cinico….
Il teatro contemporaneo ha vissuto la sua genesi da un postulato paradossale. Non si può prescindere da A. Artaud che con la teoria del suo teatro della crudeltà, pianificato nel “teatro e il suo doppio” capovolge la sintassi scenica così come era stata fino ai primi del ‘900. Insomma ogni elettroshock subito dal povero Antonin viene rivendicato nel suo modo di intendere l’atto teatrale-attoriale.
Tutti quelli che sono venuti dopo di lui si sono sciacquati la bocca con questo”vuoto” di crudeltà rivendicandone una paternità da figliol prodigo se non mai nato o nato morto: la crudeltà!
Lo stesso “autore del male” non riuscì mai a mettere in scena questa peste teatrale, semplicemente perché la sua teoria non prevedeva messa in scena, leggere il “teatro e il suo doppio” è già in sé un esperienza che oltre la drammaturgia, e in pochi hanno afferrato questo concetto cardine.
Inutile che il teatro contemporaneo per sopravvivere si è buttato dove si illudeva di trovare luoghi di crudeltà visto e considerato che non riusciva ad organizzarla e ricrearla sul palco e su testo e di conseguenza un certo punto si è trovato ad un vicolo cieco – cul de sac.
Da quel momento di non ritorno sono iniziate un via vai di performance decontestualizzate ed open house in ospedali psichiatrici, ospizi, centri commerciali, e via dicendo, mentre l’unico luogo in cui la rappresentazione teatrale sarebbe stata possibile era uno spoglio cimitero presso un’anonima tomba con su l’epigrafe che recita “qui giace il teatro contemporaneo”.
La rovina del teatro quindi è riassumibile in 4 postulati
A) la fine dei grandi mattatori, attori dotati di talento naturale e di conseguenza il proliferare di mestieranti.
B) L’esponenziale bombardamento di mass media più immediati ed accattivanti
C) un’ossessione compulsiva verso A.Artaud e le sue tesi irrealizzabili.
D) La completa mancanza di pedagogia teatrale.
Se per i primi 3 postulati non si può intervenire, sicuramente è modificabile ed incentivabile il tema pedagogico sul teatro, ovvero introdurre in maniera sia pratica che teorica i giovanissimi neofiti a questa forma espressiva.
In questo snodo propedeutico si colloca il Teatro di Carta (www.teatrodicarta.it) .
Il Teatro di Carta non è una combriccola di pervertiti che organizzano feste per bambini mettendosi il naso da pagliaccio e modellando i palloncini per poi avvelenarli con patetiche trovate alla zelig.
E’ innanzitutto una multi task force espressiva realizzata da due professionisti: Marco Vergati, lungo curriculum attoriale, e Chiara Carlorosi, scenografa, attrice e cultrice del teatro delle ombre, che instrada i giovanissimi all’arte teatrale attraverso spettacoli artigianali e professionali costruiti su misura, in base alle esigenze estemporanee del gruppo in questione, parallelamente li coinvolge in percorsi di didattica teatrale, espressiva, mimica e si integra in perfetta osmosi con quel che concerne la didattica scolastica.
Intervista al Teatro di Carta
Q. La vostra scelta filosofica e pratica mi sembra orientarsi su quel concetto di teatro pedagogico nato con Jaques Copeau agli inizi del ‘900, perché, citandovi, ritenete che ampliando gli stimoli formativi per i più piccoli si favorisca la formazione di una società più civile e più vivibile?
A. Attualmente ci sembra l’unico modo di intervenire, l’unica vera rivoluzione possibile, ammesso che funzioni. Da uno sguardo generale si deduce che l’imbarbarimento e l’impoverimento culturale non possano non lasciare tracce profonde sul mondo che verrà. Jacques Copeau si preoccupò di formare gli individui prima ancora degli attori e non possiamo che condividere tale principio. Il teatro per noi non è che un pretesto, una porta aperta sull’orizzonte creativo e artistico più generale. Ci piacerebbe che i bambini che oggi fanno teatro con noi domani possano essere individui più consapevoli e in grado di scegliere il giusto percorso per la propria crescita. Questo è il senso del corso di teatro, non certo quello di sfornare giovani talenti per fiction o di prepararli per provini presso agenzie di spettacolo.
Q. Che difficoltà avete incontrato e riscontrate nel lavoro e nell’approccio propedeutico con i bambini e che difficoltà o virtù, invece nel lavorare in città di provincia?
A.Riteniamo importante che i bambini riconoscano e rispettino alcune regole base. Ma è anche importante tenere presente che ognuno di loro è un universo a parte con le proprie esigenze, i propri tempi, le proprie peculiarità. Questo impone un’intransigenza nell’applicazione delle regole e contemporaneamente un’elasticità nel trattare con loro per fare in modo che la rigidità non diventi ottusa e non crei dei mostri. Trovare ogni volta il giusto bilanciamento è sicuramente una delle difficoltà e uno degli stimoli maggiori.
Riguardo al lavoro in provincia, certamente è più facile organizzarsi e pubblicizzare gli eventi. Forse i limiti della provincia sono sentiti più a livello personale, per questo cerchiamo, non appena possibile, di andare in giro e trovare continuamente nuovi stimoli.
Q. Mi sembra che i ragazzi di oggi, e non solo loro, abbiano disimparato, per troppa sedentarietà dovuta a tv e videogames, il linguaggio del corpo; come riuscite a sbloccarli?
A.Purtroppo il rischio per alcuni di loro è che a trent’anni riescano ad alzarsi dal divano solo per arrivare al frigorifero. Qualcuno infine si è accorto della correlazione tra obesità infantile e la scomparsa dei “campetti” polverosi di periferia dove si correva fino all’ora di cena. Oltre all’atrofia del corpo il problema coinvolge il cervello, immerso in uno stato di pigrizia ovattata in cui si fatica anche solo a immaginare di muoversi.
Durante l’ora di teatro, però, i bambini entrano in uno spazio che non è solo quello della nostra sala, ma uno spazio fantastico dove probabilmente trovano qualcosa che non c’è al di fuori. Noi cerchiamo di costruire il contenitore, una situazione che fornisca degli stimoli ma che non sia da subire passivamente, un habitat in grado di risvegliare le loro potenzialità immaginative ma che al contempo viva anche grazie alle loro infinite capacità inventive.
Q. Come vi collocate all’interno della scena teatrale contemporanea, avete dei riferimenti di gruppi teatrali o collaborazioni con altri ambienti che orbitano nello stesso raggio d’azione?
A. No. E’ un momento in cui ci sentiamo rappresentati dal teatro quasi quanto dalla politica.
La virata del teatro contemporaneo verso “l’installazione con corpi” fa apparire questa stessa innovazione teatrale come qualcosa di già superato. Senza scomodare Grotowski, senza l’attore non c’è teatro. Restiamo ancora colpiti dagli attori in carne, ossa e voce che riescono a raccontare una storia, magari con pochi elementi. Allo stesso modo consideriamo la virata del teatro verso un teatro-danza sempre più astratto, generico e arbitrario come una scorciatoia furba di autori che alla strada impervia della drammaturgia preferiscono una bella spruzzata di fumo negli occhi degli spettatori.
Parlando del teatro ragazzi, poi, la situazione peggiora. Forse si pensa che i bambini non siano spettatori troppo esigenti, che non stiano troppo a guardare il dettaglio, e che in definitiva tanto i contenuti quanto l’estetica non siano importanti. Niente di più falso. I bambini notano ogni dettaglio e sono l’unico pubblico veramente sincero, che ride e applaude solo se è stimolato a farlo.
Purtroppo però sono anche quelli che più di tutti vengono “de-formati” dalla discarica abusiva della tv. E anche nell’ambito delle attività per ragazzi c’è chi cavalca questa situazione degradante per proporre modelli televisivi nei propri corsi di teatro, di musical, o di danza che siano. Anziché offrire ai più piccoli uno spazio nuovo con la possibilità di esplorare mondi sconosciuti, gli rifilano le cose più banali che i bambini hanno già in ogni momento attraverso la tv, e che a volte anzi non possono fare a meno di evitare.
Q. Il vostro lavoro si sviluppa anche all’interno delle scuole, come venite accolti dai colleghi insegnanti, e come riuscite a disciplinare i bambini che immagino vi daranno filo da torcere soprattutto all’inizio?
A. Soprattutto all’inizio quello che conta è il lavoro che le insegnanti hanno fatto a monte con i bambini. Più l’insegnante è organizzata, più la classe è ordinata, più può svilupparsi il nostro lavoro contribuendo ad approfondire la didattica. E’ piacevole trovare una situazione in cui l’insegnante prepari i bambini a quello che tu proporrai loro e che si avvalga del nostro contributo per trattare argomenti particolari, attraverso diversi canali e offrendo loro la possibilità di “viverli” con il teatro. Quest’anno per esempio stiamo lavorando sull’Odissea persino con bambini di 4/5 anni, anche grazie al lavoro di qualche insegnante.
Q. Chiara parlaci della tua passione per il teatro delle ombre, come è cominciata?
A. Potrei dire per merito del Barone di Münchausen! Parecchi anni fa, ho avuto la possibilità di lavorare con una compagnia di Piacenza che si occupa esclusivamente di teatro d’ombre dagli anni ’70: Teatro Gioco Vita. Le ricerche pionieristiche di questo gruppo hanno sdoganato il teatro d’ombre dall’ambito dell’archeologia del cinema e dell’animazione, facendolo diventare un genere teatrale a sé stante; con un occhio verso il passato (teatro d’ombre orientali) e uno verso il futuro (sperimentazione su materiali e fonti luminose), questo gruppo è diventato il maggiore punto di riferimento in Europa per il teatro d’ombre. Ho avuto quindi la fortuna di animare le fragili sagome originali dello spettacolo “Il Barone di Münchausen” del ’78 e tutte quelle create da Lele Luzzati per le successive produzioni di Teatro Gioco Vita. Credo che la magia sia avvenuta a quel punto..
Q. Su che spettacolo state lavorando attualmente?
A. In questo momento ci stiamo occupando della fase drammaturgica che precede l’inizio delle prove dello spettacolo che inizieremo da giugno. Si tratterà di uno spettacolo “pop up”, in cui oltre agli attori, sarà fondamentale l’utilizzo della carta e dei suoi derivati, come lo saranno ovviamente le tecniche del teatro d’ombre e la sperimentazione riguardante l’uso delle diverse tipologie di fonti luminose.
Q. Di cosa vi occupate durante i vostri laboratori extrascolastici?
A. I nostri corsi pomeridiani prevedono una fase preliminare di propedeutica teatrale in cui ogni partecipante è guidato a rapportarsi con lo spazio scenico e con i compagni. Fondamentale è la divisione dei bambini per fasce d’età. Una volta che si crea il “gruppo” si procede al racconto e alla messa in scena dell’opera letteraria o teatrale che diventerà poi il saggio che il gruppo mostrerà agli spettatori alla fine del corso.
Da quest’anno abbiamo affiancato ai corsi teatrali dei “cine-laboratori” che prevedono proiezioni di film d’animazione e attività manuali e creative in cui si sviluppa il tema del film. La risposta è stata veramente entusiasmante, siamo stati letteralmente sommersi di prenotazioni, tanto da replicare tutti gli incontri previsti. Per questi appuntamenti ci siamo avvalsi dell’aiuto della nostra collaboratrice Martina Serpa, che ha selezionato i film proposti nella rassegna e ha realizzato insieme a noi tutti i laboratori.
Q. Marco, quanto del tuo bagaglio come esperienza attoriale riversi nei corsi e quanto invece hai dovuto imparare tout court?
A. Se ripenso al primo giorno di corso in una scuola materna vedo ancora i bambini di tre anni correre sopra e sotto i banchi, completamente ingestibili. Col tempo aumentano gli strumenti a disposizione, si acquisisce più sicurezza e si riesce a gestire una più ampia varietà di situazioni. Questo per quanto riguarda il sapersi relazionare e saper guidare i bambini, che viene prima dell’aspetto teatrale vero e proprio. Una caratteristica che accomuna la recitazione e il lavoro con i bambini è l’esigenza di mantenere sempre viva l’attenzione di chi ti ascolta. I più piccoli in particolare hanno un’attenzione talmente breve che c’è sempre bisogno di cambiare, se non il tipo di attività almeno il tono o la velocità del discorso.
Q. In ultima analisi, il vostro approccio frontale, pedagogico e psicologico alle esigenze di un bambino vi permette di fronteggiare quel vuoto “educativo” ed “evolutivo” che attualmente genitori, scuola, parrocchia, assistenti sociali non riescono più a gestire?
A. Non c’è paragone tra il numero di ore che il bambino passa con noi e quelle in cui si trova con i genitori o gli insegnanti. Questo significa che la famiglia e la scuola hanno un peso molto maggiore, per questo anche una maggiore responsabilità. Ci è spesso capitato di incontrare insegnanti approssimativi o dozzinali nel loro lavoro, e classi completamente allo sbando, in balìa del caos. Allo stesso modo capita di trovare bambini che probabilmente non ricevono troppe attenzioni dalle famiglie. Molte volte hanno bisogno di raccontare le loro esperienze, le loro piccole scoperte, e l’impressione è che spesso a casa non ci sia tempo per ascoltarli.
Per questo aspettano impazienti l’ora di teatro e diventa così importante quello spazio vuoto, pieno di tutto quello che non esiste altrove.
Dagli psyco (psicofarmaci) non se ne esce vivi ragazzi. Lo affermo senza alcuno sfoggio, vanto, autocompiacimento maudit e cazzate varie, di cui chi si loda di chimica si sbroda fino a stirarne le zampe.
La catena a spirale suicida comincia con l’assunzione di serotoninergici (ultima generazione a rilascio prolungato pochissimi effetti collaterali) veneflaxina e derivati per ammortizzare bocciature licenziamenti fallimenti sentimentali contrastare la relativa depressione e un lutto perpetuo mai elaborato. (musica di riferimento british pop)
All’epoca mia (la mia adolescenza irrequieta datata 1993 circa) non c’era ancora il prozac, o almeno non era ancora esploso, si sommonistava laroxyl, xanax seraupin e male che ti poteva andare il tanto temuto anafranil che aveva effetti indesiderati così pesanti che in confronto la depressione pura fa ridere.
Dopo tre mesi di questi spinterogeni stai meglio, ti ritrovi ad avere un sorriso ebete, fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno e ad aver messo su una 20ina di chili ma non te ne frega più un cazzo perchè sei giunto al nirvana dell’ebefrenia. Capolinea di ogni sinapsi. (riferimenti musicali Stone Roses-Royal Trux-Sonic Youth)
A questo punto devi prendere amnfetamine o antidepressivi dimagrenti (rari) per buttare giù qualche chilo e recuperare un pò di autostima estetica.
Così dopo assunzione di bei cocktail a base di mdma alcool. prozac sei un anoressico a tutti gli effetti, fumi ancora come un turco ed il passo è breve a finire col farti strisce di coca per mantenere uno status accettabile socialmente hype. (techno – hardcore- punk)
Finchè non ti ritrovi il cervello come un cartone animato a doppia velocità (spongebob) e sei ancora uno zombi con sprazzi di lucidità sei costretto a bilanciare i disordini di personalità, i down, l’agitazione psicomotoria e psico-soltanto con oppiacei e ipnotici vari, quelli che ti fanno fare la bava dalla bocca ed addormentarti durante i pasti fino a ridurti l’esistenza ad una moviola in loop. (apolegeti furono gli Hawkwind-Loop-Spacemen 3)
I sedativi pesanti (che erano in auge negli anni ’60 tra le casalinghe) abbassano più di ogni altro psyco la soglia di coscienza vigile così prima o poi commetti qualche crimine involontariamente come investire una vecchietta, in modo tale che per sobbarcarti tutta la trafila giudiziaria ricadi di nuovo in depressione ….e ricomincia il ciclo.
altro giro altra corsa gente!
Postilla : E’ Assolutamente vero che alla lunga tutti questi intrugli, ritrovi chimici conducono a danni irreparabili ad organi vitali, cirrosi, ulcere, cancro etc.) ma è anche vero che ti fanno campare qualche anno in più rispetto a quando uno aveva deciso di auto-estinguersi.
Postillina: Personalmente riporto gli effetti collaterali dei vari farmaci assunti in questo ventennio venefico:
Sonnolenza: ansiolitici (lexotan-xanax-laroxyl)
Irrequietezza parossistica- riso incontrollato – voragini esistenziali-allucinazioni catatonia depressione maggiore – pensieri suicidari -misticismo fittizio depersonalizzazione ( trip – acidi – funghetti – neurolettici – capitolo a parte)
Ossessioni-agitazione-sonnolenza-raptus violenti-catatonia (anafranil -paradosso della psichiatria quello di curare le ossessioni con dei farmaci che sostituiscono tali azioni coatte con altre)
Mioclonie-fascicolazioni-debolezza muscolare anorgasmia aumento di peso smania di fumare (efexor-saraupin)
Empatia fittizia – sudorazione (mdma)
Benessere generalizzato – estasi – stato benevolo soporifero (mdma – oppiacei)
Fastidi retrostenali – fitte gastriche (prozac)
Molti altri effetti più o meno in-desiderati li ho rimossi perchè, sia chiaro, ognuna di queste sostanze si mangia letteralmente intere fette di neuroni-sinapsi ed intacca indelebilmente l’area della memoria (soprattutto a breve), è
E’ sottinteso che gli effetti benefici e malefici come pure la conseguente intensità di questi è assolutamente soggettiva. Io ad esempio non ho mai trovato disagio ha mischiare gli psyco con alcool o con altri tipi di sostanza.
Infine come suggerimento vi invito a bruciare il bugiardino interno prima e dopo l’assunzione, aumenta soltanto le paranoie e a tutti i futuri psiconauti confesso che questa roba è assolutamente anacronistica e demodè.
Buona Fortuna
hugo bandannas
Se gli Hellacopters avevano pagato i loro debiti (paying the dues n.d.r.) con il torbido passato della motor cycle saga, the Doggs si trovano a dover raddoppiare la somma/dose e pagare un tributo sia agli Scandinavi che ai Detroitiani.
L’agnello sacrificale di tutto ciò è il recentissimo “Red Sessions” (autoproduzione) in cui i tre si svaccano su un divano addossandosi l’ingrato compito di dominarie le macerie di una Milano in cui anche la Madonnina si è messa da parte.
L’anthem di apertura ”Midnite eyes” si infogna da subito con superbia nelle smagliature schizoidi e sfatte degli Stooges di Funhouse, ossessione compulsiva e condizione sine qua non dagli esordi della band
Si prosegue con devianti intrecci di chitarre, riff urticanti ma minimal ad opera di Christian Celsi sostenuti da una pesante sezione ritmica, la Grace ed il Mezza, in cui la voce dello stesso Mezza spuatazza nafta strofe e riverberi ricordando a tratti l’Alice Cooper dell’annata buona .
“Red Sessions” attraversa con nonchalanche tutto il ventennio nordico di Union Cabride, Gluecifer, Turbonegro ( I got erection docet) con una patina di scazzo e decadente apatia tipicamente meneghina.
In “Drugstore” i Doggs sembrano finalmente trovare la soluzione al loro/nostro malcontento esistenziale scartando l’ipotesi violenta della rapina in farmacie per imbottirsi di pillole, già contemplata nel film culto “Drugstore Cowboys” dichiarandosi contrari ad inutili prescrizioni mediche, le quali una volta abolite porterebbero l’individuo ad una felicità chimica su misura.
,Per analogia i Doggs sfidano e provvocano i loro colleghi, troppo invischiati e presi a trovare nomi del cazzo che hanno a che fare con panifici, teatri ed odontoiatria, a saccheggiare un passato di nefandezze soniche che non può essere sepolto.
Anche se il debito, si sa con il tempo è destinato a lievitare, ed il prezzo a crescere, i Doggs fino ad ora se ne fregano e fanno quello sporco lavoro con una bomba a tempo sotto il culo (ride my bomb).
di Hugo Bandannas
Qual’è il fil rouge che lega i tre dischi assiomi del rock and roll e non: exile on main street – trout mask replica e twin infinitives ?
Li lega il fatto di essere un unicum. Un brano/taccia/lokomotiva solo segmentato in molteplici sotto-tracce. Non sono propriamente dei concept album, perchè nei concept ogni singola canzone lavora per la finalità del concetto stabilito per l’appunto.
I suddetti album si srotolano su un binario unico, per alcuni un binario morto per altri un binario che tende ad infinito, ma comunque un binario con la sola locomotiva, ed il fatto che siano divisi per singole unità/vagoni è soltanto un espediente di marketing per renderli più appetibili e trattabili.
Ascoltando per intero queste lokomotives del suono si ha l’impressione che siano stati registrati con una sola take nell’hic et nunc ed i fatti ci danno ragione almeno in parte. Registrati nell’immediato tendono all’infinito.
Al di la dell’indubbio sgangherato e sdrucito approccio naifè dei rispettivi dischi che mette un punto a capo alla prosopopea del rock and roll, essi si basano esclusivamente sulla musica nel senso ontologico del termine. Sono assolutamente privi di ogni distrazione accattivante o espediente estetico che compensa solitamente la pochezza dei lavori in circolazione.
Ciò che sorpende di più durante l’ascolto è comunque la caleidoscopica polifonia e la spiazzante decontestualizzazione - qualità inesistenti nel panorama rock su larga scala.
Decontestualizzazione perchè ognuno di questi Lp ci conduce verso un luogo indistinto, mai esplorato prima, ignoto sia a livello immaginativo che sonoro eppure allo stesso tempo dotato di un costante deja vu primordiale, come se andasse a toccare le note sepolte e occultate da qualche parte nell’essere e non essere.
Polifonico perchè pur essendo un unicum segmentato in sottotracce, questa nebulosa informe e deformata colpisce ed avvolge l’ascoltatore da più parti in maniera disarmonica ma ammiotica così che dall’inizio alla fine si è costretti ad essere parte attiva all’ascolto e non più ascoltatori passivi alla mercè di canzonette pink punk pop digestive.
Perchè questa musica risulta essere ostica o è considerata tale?
In prima analisi perchè è musica che non passano alla radio, l’orecchio non è abituato a tali dilatazioni temporali di suoni e a spezzettature cumuliformi così come non è abituata al cinema d’autore. Si snerva facilmente e preferisce l’esaurimento robotico dei media a quello destabilizzante della novità.
Poi perchè questa musica è meno concettuale di quel che si pensi. Agisce e modifica i pensieri e le idee delle persone in modo dirompente ma subdolo per cui non è pensabile ascoltare queste 3 unicae lokomotif e poi tornare indenni al montaggio ripetitivo ed insulso delle proprie azioni, alla vita di merda di sempre.
Questo tipo di sgorbio sonoro persistente è stato creato ma non de-generato per scolpirsi nel tempo, imprimersi nella coscienza anche se questa si affannerà a respingerlo, esso penetra nella carne pensante la scarnifica come un hellraiser, sbriciola i muri delle vostre case, intacca e riga i vostri cd riposti ordinatamente sugli scaffali, e come una traccia nascosta, deturpa la bruttezza delle vostre in-esistenze, arriva persino ad operare al posto vostro, voi che non siete più in grado di ad/operarvi ma soltanto di meritarvi ciò che ascoltate.
Lui: Te fumè una gitanè
Te bevè un espresse noir a le bistrot
comme Brigitte Bardot
Te me sussure
Lei: oh cherie paga lu cont che teng in canna nu strunz’ gross’ tant!
Hugo Bandannas
Agg’ tirat’ lo sciacquone
e m’è calat’ l’ispirazion’
ngopp’ a u’ tubett’ de aspirina
l’hann tajat’ co la morfina
h.b.
Esistono epigoni ed epigoni, e poi epigoni di epigoni di epigoni etc. tutto questo nel solito circo o brodino riscaldato del rock and roll.
Io ad esempio appartengo alla seconda schiera, mentre uno come Lux Interior, defunto scenester dei Cramps alias zombie clone di Elvis, apparteneva alla prima.
La differenza tra i due raggruppamenti consiste nel fatto per cui gli appartenenti al primo sottogruppo hanno emulato o comunque simulato l’imitazione dell’originale, aggiungendo qualcosa di sommariamente autentico rispetto all’originale: un Iggy Pop che si è spudoratamente ispirato a Jim Morrison nel modo di presentarsi on stage per poi esasperarne la fisicità fino all’autolesionismo proto punk, o uno Stiv Bators dei Dead Boys che ha ripreso il look, le movenze e l’attitudine di Iggy, oltre a possedere già di suo una vaga somiglianza fisiognomica, spingendosi forse oltre il baratro del non ritorno, infatti non è più tornato Stiv.
Insomma credo di aver reso l’idea di chi sono questi epigoni a 4 stellette, ormai tutti decorati e pluripremiati nelle viarie rock and roll hall of fame.
Passiamo al secondo gruppo di sfigati, che chiamerei anche quello degli epigoni locali, ovvero i sosia approssimativi e spesso agghiaccianti personaggi degli emulatori del rock.
Ogni provincia, cittadina, metropoli che si rispetti ha i suoi “idoletti punk rocker” che si rispettino, vi siete mai domandati quanti Robert Smith si aggirano nel Veneto ad esempio? E quanti Sid Vicious “sola” ci sono a Roma? O Kurt Cobain a Milano?
Ebbene se Ozzie, Iggie, Lux hanno problemi a reggere le loro stesse leggende dopo aver passato una certa (età) rischiando la parodia di se stessi ed il kitsch della non credibilità, cosa dire dei nostri sub-eroi locali? Cosa ne sarà di me..epigone di un epigone di un epigone al quadrato?
Sotto questo oroscopo che non prevede mutamenti di karma ottimistici in un futuro prossimo sto cercando finchè possibile di tirare il freno a mano alzare un polverone del mio ego in frantumi e cambiare strada, e tutto questo non si fonda su una mera ragione di immagine o credibilità di me verso me stesso, ma si basa sul capire le motivazioni propulsive che mi hanno spinto a scegliere nel rock and roll una direttrice piuttosto che un’altra.
Ognuno di voi ha un suo disco epocale, l’album e il concerto iniziatore per me è stato Loco Live dei Ramones del ’91 quel 1-2-3-4 che dura da 4 secondi all’eternità.
Mentre tra i concerti iniziatici ed indelebili sicuramente gli Stones al Flaminio nel ’90 ed Iggy al Tendestrisce nel ’93, all’epoca ho saltato a piè pari il fenomeno grunge, e non ho molti rimpianti.
Ok, questo background di rock and roll fulminante si è bevuto intere generazioni di young dudes, insomma sto in buona compagnia, ed è pur vero che in questi 22 anni di musicofilia e di sub clone di rockstar mi sono mosso verso altri ascolti e altre divagazioni di generi, sottogeneri etc.etc. ma alla fine ritornavo sempre alla 3 accordi mania o giù di li.
Se mi spingessi a fare un parallelo con la frenesia della routine attuale, direi che Ramones-Stooges più amnfetamine o stimolanti rappresenterebbero la colonna sonora più azzeccata per restare integrati ed agganciati a questo living standard de merda.
Morale della favola, ieri ero in auto e mi è capitato di ascoltare un brano di Captain Beefheart forse tratto da safe as milk ma non è rilevante e cmq l’avanguardia rappresenta una di quelle derive sonore di cui sopra in cui mi avventuro e mi spauro il cor…(trout mask replica, disco seminale – un rompicapo inarrivabile), ebbene ne sono rimasto folgorato:
Per un istante il mondo la fuori la al di fuori della mia auto non aveva più senso, i ritmi sincopati del suo blues spastico picconavano il deadskyline metropolitano fino ad far esplodere gli edifici incenerire le persone, e allora mi son detto, cazzo se questa è la musica del diavolo, la musica che il sistema tenta di occultare, poi finito il brano niente è tornato più come prima, le canzonette pink pop punk hanno invano tentato di riprendere ad asfaltare i miei sensi, . Revolution!
Oh capitano…mio capitano
La Tosse Grassa è un ectoplasma catarroso, di quegli scatarri densi e pregni di muco giallo-verdognolo che avete modo di ammirare sui marciapiedi e sulle vetrate nel vostro habitat di prigionia urbana.
Questo scatarro che parte dall’ermo colle fino a raggiungere le posse hardecore di colle oppio e del colle der formento ha un nonsochè di anti-poetico: un Leopardi dei nostri giorni si pulisce il culo con lo zibaldone e tira fuori dalla gobba una specie di anti concept album TG1.
TG1 è un disco giocato sottilmente sul grottesco e sul filo della satira subliminale, alle massicce dosi di campionamenti ed elettronica importate dalla scuola berlinese matrice atari teenage riot, si contrappongono liriche zappiane, sbrindellate, pungenti e abrasive ma anche una serie di luoghi comuni e visioni ad effetto centrifugate in un calderone da alchimie cagliostre a base di black metal, situazionismo, omosex oltransista, mesmerismo massmediologico, provincialismo becero.
Non so se vedremo o ascolteremo mai Tg1 al Tg1 con il sottofondo di presentazione di quella fastidiosa e cantilenosa voce di Mollica ma se così dovesse essere allora sarebbe il trionfo del grotesque elettronico che seppellirà il già morto burlesque da desperate housewife!!
ed ora dateci dentro con le tracce, seguite il link ed uno scatarro per ogni traccia sia la vostra approvazione
http://soundcloud.com/latossegrassa