Dead Skyline

IO ADORO IL CALL CENTER di Jack M.

maggio 31, 2011
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IO ADORO IL CALL CENTER

Massimiliano dice una cosa difficilissima. Dice sempre: sono dell’Istituto Monitoraggio Consumatori.

M’immagino una vecchietta che non ci sente bene, o una giovane madre tra il risciacquo della lavastoviglie e la figlia più piccola che piange, cosa possano capire.

Remo invece chiede sempre conferma dell’interlocutore telefonico: parlo con la signora Mellini? Il che sarebbe anche giusto, per carità, se non fosse per la risibilità di così tanti cognomi italiani, tipo: Broccoletto, Ficcobene, Chiappetta, Fanfarone…Etc. Come si fa a non ridere dopo aver detto: il signor Fanfarone?, o, la signora Chiappetta? E di certo scoppiare a ridere in faccia al cliente per telefono dopo aver detto il suo cognome non è proprio il biglietto da visita richiesto nel mio genere di lavoro.

Così io ho imparato a usare un altro stile. Esordisco con un lungo e accomodante si, come a dare l’impressione di voler entrare in punta di piedi, quindi saluto e dico il mio nome, senza il cognome, per cercare subito un po’ d’intimità, poi faccio il nome della mia azienda per qualificarmi e dopo aver chiesto scusa per il disturbo vado dritto al nocciolo, senza dare possibilità di replica al cliente finché non ho finito, e questo sia perché ho poco tempo sia perché so già che quello che dirà il cliente sarà orientato a porsi sulla difensiva e a liquidare al più presto la conversazione, spesso senza badare troppo alle buone maniere.

Non è molto che faccio questo lavoro, ho iniziato appena un paio di mesi fa, e tutto mi aspettavo meno che sarebbe potuto piacermi a questo modo, e la colpa, anzi il merito, è tutto del telefono. Che poi non è un vero e proprio telefono, ma una sofisticata cuffia collegata al computer, tarata sia in entrata che in uscita per non superare i decibel previsti dalla normativa CEE, completamente insonorizzata dall’ambiente esterno e in grado sì di attutire e ammorbidire i suoni, ma così sensibile da carpire il gocciolio di un rubinetto nella stanza accanto a quella da cui il cliente ha risposto.

L’altra mattina, per rendere l’idea dell’efficienza di queste cuffie, ho scroccato una telefonata al capo e ho chiamato mia moglie. La sera prima avevamo litigato e ne avrei fatto volentieri a meno, ma riguardava Gianluca, nostro figlio, e non ho potuto sottrarmi. Ebbene, immaginavo una comunicazione fredda e rapida, giusto il tempo di scambiarci i dati necessari, e invece attraverso la cuffia la sua voce mi è giunta calda e sensuale, come non la percepivo da anni, proprio come ai primi tempi in cui ci siamo frequentati e la sua voce era stato uno dei motivi per cui mi ero innamorato. Ho provato subito una gran voglia di andare a letto con lei.

Ogni quindici giorni il caporeparto mette sulla bacheca le statistiche del nostro gruppo e, non per vantarmi, ma finora ho sempre staccato tutti gli altri di oltre il 15 per cento, sia per le telefonate in entrata che in uscita, il che tradotto in numeri sta a significare ben 300 chiamate in più sul secondo classificato.

Anche per questo coi colleghi non ho legato molto, credo mi giudichino una specie di lecchino, uno di quelli che vuole a tutti i costi mettersi in mostra attraverso i risultati. Io non li biasimo anche se non è così, come possono loro immaginare che non lo faccio per arrivismo, ma solo perché ho scoperto nell’utilizzo del telefono un mondo sconosciuto e affascinante, un’intimità delicata e fragile quanto al tempo stesso potente e viscerale, e in cui ho compreso di avere un raffinato talento di persuasione.

Se ogni tanto qualcuno si alza per andare a fumare una sigaretta, io no, non fumo, rimango seduto al mio posto e chiamo il prossimo cliente, curioso di scoprire se a rispondere sarà un uomo o una donna, se stava dormendo o è in macchina, se guarda attraverso la finestra oppure lo schermo del PC, se ha ancora in bocca i resti del pasto o si è appena lavato i denti e ha già le chiavi in mano pronto per uscire.

In fondo al corridoio c’è anche il distributore automatico del caffè, da contratto abbiamo diritto a una pausa ogni 55 minuti, ma io non mi alzo, non ci vado, preferisco scegliermi un cliente dall’ampio portafogli e chiamarlo, magari selezionandolo in base alla zona, al potenziale tipo d’acquisto o al sesso. A volte con una scusa richiamo dei clienti a cui mi sono per diversi motivi affezionato, penso ad esempio a una squisita coppia del Lago di Como che per ben due volte si è presa il disturbo di lasciare sul nostro sito un cortesissimo messaggio di soddisfazione rivolto alla mia persona, anche se quello che più mi stimola e appassiona è senz’altro il poter entrare all’improvviso nella vita degli altri, e da un’esitazione della voce, da una pausa un po’ più lunga del normale, da un rumore di fondo o soltanto dal modo in cui interrompono una frase, immaginarmi i lineamenti, l’odore, la carnagione, i vestiti, se sono di destra o di sinistra.

Per il resto, tutto quello di cui ho bisogno durante le 8 ore di lavoro, non è altro che una bottiglietta da mezzo litro di acqua leggermente frizzante, per schiarirmi la voce ogni tanto, che provvedo a posizionare sul banco della mia postazione al mattino, o al pomeriggio, appena arrivo.

Anche se sono passati solo un paio di mesi ormai ho acquisito un’esperienza tale che mi basta il click di inizio comunicazione per capire se aspettarmi qualcosa di buono o meno, se la linea infatti è disturbata si capisce subito, e va da sé che se l’acustica non è ottimale la chiamata non potrà essere un granché. Ma già prima, già dalla tipologia di squillo, riesco a farmi un’idea abbastanza precisa dell’imminente interlocutore. Il trillo di attesa del BlackBerry, per esempio, è inconfondibile, così come quello dell’iPhone, per non parlare delle reti aziendali o peggio ancora dei telefonini da quattro soldi. E per me è un grande vantaggio sapere a priori se a rispondere sarà un manager, una segretaria, una vecchietta, un operaio, un figlio di papà o uno studente squattrinato.

L’orario che preferisco, comunque, è alle dieci del mattino. Se chiami i numeri fissi a quell’ora rispondono quasi sempre le casalinghe. Loro non lo sanno ma già dopo pochi secondi è come se io fossi seduto sul divano alle loro spalle, ad osservare quelle vestaglie di flanella o di pile, i capelli legati, le orribili calze di lana dentro le più improbabili delle pantofole, così come vedo i letti ancora disfatti e le lenzuola e i pigiami appoggiati sui davanzali delle finestre aperte, e nelle belle giornate i granelli di polvere che si alzano dentro ai raggi del sole. E potrei andare oltre, perché io sento anche se hanno già messo su il soffritto per il pranzo, o per la cena, se si grattano il polpaccio, se sono sintonizzate sul primo o su canale cinque, oppure se hanno appena abbassato la radio, e quasi sempre mai abbastanza.

Ma quello a cui dedico subito la massima accortezza, ovviamente, è la voce. Dalla voce, e in particolare dal timbro e dalla cadenza, c’è un aspetto che immediatamente risalta definito e inequivocabile; ossia se sono felici o meno e, credetemi, non deve essere un bel periodo questo per il nostro Paese. Neanche si può  immaginare quanta sofferenza e tristezza trapela dall’intimità delle pareti dei nostri clienti, quanta sopita disperazione o apparente insopportabile illusione di tranquillità si propaga dai loro domestici rifugi, quanta e quale è l’insoddisfazione che da quei pavimenti, abat-jour, quadri e soprammobili s’incanala su per la linea telefonica per arrivare intatta nonostante il tortuoso e impersonale tragitto sino a questo improvvisato interrogatore e in qualche modo involontario giudice che sarei io. Non è bello dirlo, ma con tutta l’irrequietudine e l’infelicità che c’è in giro, con poche e semplici parole dette al momento giusto, è fin troppo facile condurre questi sfortunati prigionieri della vita fino a recinti ancor più stretti e delimitati che, come potrebbe essere altrimenti, vengono da me preventivamente e accuratamente scelti.

Lunedì scorso il capo è venuto in sede e ci ha propinato un bel discorso. Lo abbiamo tutti molto apprezzato, anche perché non era assolutamente dovuto. Ci ha parlato di come l’azienda sia solida e in espansione, e anche un operatore di call center a 800 euro al mese ha bisogno di sentirsi dire che il suo posto è al sicuro. Poi ha sottolineato come il nostro più diretto concorrente stesse attraversando un periodo di difficoltà a causa di alcune beghe finanziarie, assicurandoci comunque come noi fossimo sulla cresta dell’onda e anzi spronandoci a un maggiore impegno per conquistare il mercato che si stava liberando. Alcuni dei miei colleghi si sono addirittura scambiati il cinque dopo aver applaudito. Io, a dire la verità, ho mal sopportato con un certo nervosismo l’intervento. Certo, mi fa piacere essere rassicurato sul futuro del mio impiego che così tanto adoro, ma oltre al fatto che coi risultati che porto all’azienda credo sarei tra gli ultimi ad essere licenziato nell’eventualità di una crisi, per me non è stato altro che una perdita di tempo. Non ho fatto che pensare ai miei clienti nella vana attesa della mia chiamata, con alcuni di loro avevo stabilito un orario ben preciso e, certe trattative, per lo stile sempre più confidenziale che adotto, si giocano sul filo dei dettagli e basta un niente per farle sfumare o quantomeno metterle a rischio, ma ormai la visita del capo aveva scombinato tutto.

A distanza di pochi giorni da quel discorso, che devo essere sincero aveva dato una bella iniezione di fiducia ed entusiasmo, tutto sommato anche a me, una mattina, proprio dopo che avevo messo giù con una cordialissima signorina prossima al matrimonio (carnagione chiara, odore di vaniglia o di muschio bianco, sicuramente occhi grandi e soprattutto non ancora del tutto convinta), hanno fatto irruzione nella stanza due individui in giacca e cravatta. Si sono messi a confabulare con alcune carte in mano col caporeparto e il supervisore di zona dal quale erano stati accompagnati. Fuori la porta, che era rimasta aperta, s’intravedeva la divisa di un carabiniere. Tutti allora hanno pensato: ecco fatto, altro che azienda in salute e sulla cresta dell’onda, addio posto di lavoro al sicuro e finanziamento per la macchina. Così, dopo diverse occhiate lanciate apparentemente a caso sul gruppo, i quattro si sono avvicinati, il caporeparto mi ha tolto la cuffia dalla testa e ha spento il computer mentre i due, tenendomi per le braccia in maniera piuttosto cortese ma pur sempre energica, mi trascinavano nel cortile dove la gazzella aveva già il motore acceso e le portiere aperte. E’ successo tutto in un attimo, quasi non ho avuto il tempo di mettere a fuoco quello che stava accadendo, anche se poi, osservando dal finestrino il prefabbricato della sede che si allontanava, ho cominciato a restringere sempre più il ventaglio delle mie personali e intime trattative, già eccitato dall’idea di aver ormai individuato, una volta giunto in caserma, a quale cliente fare la prima e forse ultima telefonata che per diritto mi avrebbero concesso.

 


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Port of Souls on reverbnation

maggio 22, 2011
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http://www.reverbnation.com/portofsouls


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“Muori Milano Muori” di Gianni Miraglia – Elliot Edizioni

maggio 4, 2011
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Se i milanesi uccidono il sabato, Gianni Miraglia in “Muori Milano MuoriElliot ediz. fa fuori in sol colpo Milano e i suoi derivati.

 185 pagine di un diario di sopravvivenza urbana in cui viene raso al suolo il mito già annacquato di Milano come  futuribile New York italiana in miniatura, vetrina di cianfrusaglie kitsch da esportare a poche settimane dall’ora X: 30 giorni esatti all’Expò.

Il romanzo si distende su corrosivi e brevi post da social network che come grappoli di scud  disintegrano le certezze del lettore e il suo comodo contesto da sofà domestico bloccandogli la digestione e trasportandolo dentro l’azione di una Milano che brucia

 Il faraone di Arcore è defunto portandosi con sé nella Piramide tombale tutto il suo impero economico, in una parola ciò che resta dell’economia del Paese.

  Il neo disoccupato Andrea, 47enne ex creativo super pagato topo d’azienda, è costretto ad indossare i panni  di un Che Guevara attempato la cui unica rivoluzione consiste nella sopravvivenza day by day.

Alle prese con l’insostenibile giungla di cemento di un Potere dimesso e quasi invisibile, dopo i fasti della Politica dello spettacolo, e con un persistente e stagnante puzzo di liquami, una volta licenziato si trova nell’ ineluttabil discesa verso gli inferi, tra i gironi dimenticati persino da Dante. Svende quelli che erano i comfort di una volta al mercato nero pur di sopravvivere ma in questa maledetta corsa al ribasso finalmente esiste.

L’incontro con solidarietà clochard di esule in patria, che rende uguali tutti i falliti del pianeta, gli permette di farsi qualche amico nelle rispettive strade perdute: Pietro Koch ex fattorino sardo collega del protagonista poi attivista e capobanda degli insorti della Interzone e il non più marketing manager, l’uomo dei trolley, finito come molti sulla strada, impazzito per molteplici  fallimenti a catena imbastiranno con lui spezzoni di dialoghi più simili a monologhi infiniti per sentire meno il peso del silenzio e della solitudine.

Muori Milano Muori non è una esortazione delirante per una auspicabile apologia delle apocalissi sociali e architettoniche, ma è un trattato di antro-patologia disegnato su uno scenario auspicabile forse l’unico possibile per un genere umano in via d’estinzione.

di Hugo Bandannas

collegamenti letterari consigliati “il pasto nudo” di W. Burroghs


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