Dead Skyline

SONISPHERE – AUTODROMO DI IMOLA 25.06 di Hugo Bandannas

luglio 20, 2011
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Dopo avariate ed estenuanti eventuali finalmente arriviamo col torpedone di bulgara memoria, madidi e grondanti vomito e sudore e ‘mbriachi come zucchine, al Sonisphere: orario previsto arrivo 12.00, orario effettivo di ormeggio 14.30.

Poco male, la carovana dello psycho bus ha almeno scampato le ore più torride del festival e i gruppi meno significativi. Passiamo i cancelli e la ferrea sicurezza che ci disarma di tappi di bottiglie, il solito furto e salasso dell’acqua che si perpetua ad ogni concerto, oltre a spogliarci di cinturoni borchiati, temperini, coltellini multi uso etc.etc. che non rivedremo mai più.

Siamo sulla pista più famosa d’Italia ed il popolo metal si appresta a salutare i Mastodon che sono tra gli outsider della giornata e che io ho intravisto qualche volta su mtv facendo zapping ad ogni loro apparizione catodica. Nemico pubblico number 1 il caldo atroce, con i miei jeans scoloriti, anfibi e maglietta nera dei motorhead mi accorgo di aver clamorosamente cannato il look a dispetto di chi è in costume o addirittura in topless come qualche metal sguinzia under age. Nemico pubblico number 2: il costo delle libagioni e le rare aree ombreggiate in cui proteggersi dal collasso sempre in agguato.

Siamo arrostiti al punto giusto per lo show del primo headliner di spessore, Mr. Rob Zombie che sfancula tutto il colossale ambaradan del Sonisphere perché lui odia la luce e per un vampiro di prim’ordine leader dei white zombies e complice in regia, tra le tante altre attività, del remake del cult horror movie Halloween, suonare alle 4 del pomeriggio è peggio di un paletto di frassino ficcato in culo.

Show impeccabile a metà strada tra i fasti dei White Zombies, suonerà anche thunder ’65 n.d.r., e il circo electro di Marylin Manson, comunque convincente più dell’afa che spadroneggia mietendo le prime vittime sotto l’incedere marziale di Virgin Witch e l’hit danzereccia Dragula.

Mi dissocio dal gruppo dello psycho bus mi ciuccio un’anguria pagata a peso d’oro mentre furoreggia l’ex metal boy band Papa Roach: l’indefinibile cantato rap su stoppati che fanno rimpiangere i Pantera mi fa affondare le lame canine sul povero cocomero e meditare una strategia militare d’avanzata tra il foltissimo pubblico perché dopo il nu metal dei pischelli c’è l’old school metal dei Motorhead e in tanti siamo al Sonisphere per inchinarci al bubbone malefico di Lemmy Kilimister. Arrivo a circa 15 metri dal palco mentre i tre dell’apocalisse solcano un palco spoglio, nudo, scabro essenziale spolverato soltanto dalla loro bandiera che li incornicia davanti a circa 30.000 presenze.

Si privilegiano le sonorità rarefatte dell’ultimo arrivato “the world is yours” e il pogo si innesca da qui all’eternità, passano veloci come ferrari i brani Iron Fist, Over the Top, tagliata col blues anfetaminico Going to Brazil fino all’escalation parossistica di killed by Death, Ace of Spades e Overkill, molti fanno dietro front ed invocano invano il nome di Lemmy e dei suoi Mototrhead ma il Sig. Orgasmatron da gentleman qual è ringrazia e si scusa ma per esigenze di scaletta non può sforare oltre i 60 minuti come da contratto.

A questo punto mi rifiuto di spendere una sola parola su quella pagliacciata Nu metal dal nome impronunciabile Slipknot sia perché sono 10 imbecilli mascherati che fanno casino sul palco sia perché non ha alcun senso farli suonare dopo delle leggende viventi come i Motorhead.

Comunque il set degli Slipknot mi ha dato il tempo necessario per rifiatare e abbeverarmi da improbabili docce collocate molto lontane dal palco ed insufficienti per la mole umana in visibile affanno, cazzo ma due idranti in autodromo devo starci da qualche parte no?

Ebbene siamo giunti alle 21 circa tra un cambio palco e l’altro e ormai da tempo la folla invoca il nome Maiden – Maiden compulsivamente, l’80% della gente è al Sonisphere per gli Iron, e in molti hanno rinominato questo festival un Maiden festival, in effetti, alla fine della fiera contando le t-shirt con la loro effige ci si accorge che è così veramente e così sia. Come cominciare?

Gli Iron Maiden sono un entità che ha fatto il metal ma si colloca al di fuori del metal, il loro show va al di la del mero concerto, c’è teatralità, scenografia, immagini, luci, dinamismo, un’ opera epica è il termine forsepiù appropriato per definire una loro esibizione.

Ogni cosa è prestabilita a partire dalla scaletta rodata nel corso del tour alla gestualità attoriale di Bruce Dickinson, fino alle parti vocali lasciate in pasto ai maiden fans e così via, un mostro sonoro oliato e congeniato come un orologio atomico, niente viene lasciato all’improvvisazione, ogni minimo movimento è parte di una megapartitura prestabilita. Sembra così blindato il loro show che il mega burattino Eddie appare come la forma “vivente” più libera e svincolata dell’intero show, e anche se loro chiudono il bis con una “Running Free” da brividi, l’unica cosa che corre davvero libera sul prato sono quegli sbandati miei compagni di viaggio dello psycho bus che devono trovare la strada per tornare a casa.


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Rintocchi Sabbatici per i THREE EYES LEFT” – “No method as method, no limit as limits”

luglio 13, 2011
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Bastano “tre occhi rimasti”  (three eyes left)   a rincuorarci sul fatto che i
Black Sabbath sono nati di nuovo – born again-  reincarnati in una stoner band
direttamente dalla patria della piadina padana.
Questa che potrebbe sembrare la trama scarna di un film fanta horror di serie B un pò amatoriale, si rivela essere in “no method as
methods, no limit as limits” disco uscito da pochi mesi  (maggio 2011) autoprodotto, come un numero primo dell’hard rock.

Provate ad immaginare come sarebbe se vi cadesse in testa il famoso monolite
di Kubrik di 2001 Odissea nello spazio.
Ebbene è l’effetto cementificante dei three eyes left preso in blocco e dato
in pasto all’ascoltatore, un intreccio di stoner hard rock con un cantato di
Maic (voce e chitarra) vibrante e tremolante molto prossimo all’ozzie dei
masterpiece sabbathiani che a volte sconfina come nella traccia “hand of stone”
in un rauco lamento alla phil anselmo.
I tre bolognesi, dell’ave maria recitata al contrario, non si imbalsamo nella
pedissequa cornucopia dei Black Sabbath (  St. Vitus docet) ma importano
tonnellate di deserto e psichedelia da band come Fu Manchu -Kyuss per sporcare
il sono blindato ad opera di Andre (basso) e Ste (batteria) come dimostra Hymn
of the riffian.
A rendere “no method as method, no limit as limits” un lavoro contaminato,
seppur viaggia sicuro su le rotaie  costruite in passato dai paladini del
genere,  contribuisce una figura femminile in  copertina simile ad una Medusa
velata con la scritta della band in tipici caratteri di psichedelia west coast
ad opera di Diste della Vampata Records

di Hugo Bandannas


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WIPEOUT 16 luglio – follow the flyer –

luglio 12, 2011
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