Dead Skyline

Il Porto delle anime in un barile di rhum: intervista del Macca ad Hugo Bandannas (vocals and sunglasses in Port of Souls)

agosto 5, 2011
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IL MACCA ideatore del club deboscio Rock Alcoolic Punk Group che vanta quasi mille fedelissimi, mi raggiunge via chattina di facebook ed una ad una mi snocciola queste domande che alle 15.40 del cinque agosto mi sembrano vette himalayane inespugnabili…ma non gliela darò vinta tze tze

M :Prima cosa necessaria da chiedervi quando avete cominciato? Come vi siete conosciuti?

H.B. Quattro anni fa mi incontrai per la prima volta con il Reverendo(Andrea Valentini – autore e chitarrista nei Port of Souls) ad un crocicchio di fronte a un vecchio bar nei pressi di Primaticcio a Milano, dopo qualche birra e l’evocazione dello spirito di Jeffrey Lee Pierce, il mostro Port of Souls era pronto a muovere i primi passi.

In seguito, più di un anno fa ormai dopo l’uscita del demo “Reahb City” (autoproduzione) ci fu un cambiamento nella sezione ritmica, il bassista Jean Polenghi e il baffuto batterista Ale Scotti, ci salutarono definitivamente per intraprendere una nuova avventura sonora più sperimentale con i Mantrax.

Al posto loro subentrarono al basso Corrado (già nei Monolithics) e Tizzy (Kaams,Monolithics, Crummy Stuff ) e questa è anche la formazione attuale

M. Come avete lavorato alla costruzione del vostro disco?

H.B. Il 45 giri  “life and the damage done” in uscita per la Badmanrecords contiene due tracce inedite ed una, Mutant Tonite, già contenuta nel demo “Rehab City”ma chiaramente in una nuova versione.

Avevamo due brani  inediti e soprattutto a forza di provare abbiamo raggiunto un suono più coeso, quadrato che ci invogliava a mettere nero su bianco i nostri sforzi. Il resto è venuto spontaneamente, le registrazioni sono state del tipo “ok buona la prima” perché comunque i brani li avevamo suonati parecchio. Stessa cosa per l’incontro con l’etichetta Badman, una vecchia conoscenza alessandrina di Andrea che si interessa e produce dischi di genere garage surf punk

M. Port of Souls ovvero il porto delle anime, cosa vuole evocare ? 

H.B. Il nome è preso paro paro dall’omonimo brano dei Gun Club di cui noi tutti siamo fan.

M. Avete gruppi o personaggi della scena rock dai quali prendete spunto o ispirazione?

 H.B. Per quanto mi riguarda le ispirazioni sono molteplici, non sempre esclusivamente musicali, comunque in ambito rock ascolto  musica molto diversa da quella che poi “produco”, tipo kraut o industrial ad esempio,  forse da questo punto di vista gli altri sono un po’ più integralisti con riferimenti principali come Stooges, Gun Club, Dream Syndacate, Flesheaters, Cramps e altre band citate sulla nostra copertina del disco che dovrai riuscire a scovare. 


M. Obbiettivi, sogni e idee della band?

 H.B.Sicuramente un lavoro sulla lunga durata. 33 giri. Qualche data dal vivo ma possibilmente vicino casa, cominciamo ad avere una certa età e comunque non siamo così richiesti, non corriamo rischi di espatrio.

M. Quale categoria di persone vi auspicate di conquistare?

H.B. Non ci poniamo il problema,  però…considerando che ogni emanazione creativa ha una propria nicchia di mercato più o meno larga e altre leggi di mercato blah blah blah, credo che avremo il pubblico che ci non ci meritiamo.

M.Avete gia’ in programma delle date?

H.B. Sicuramente una in autunno al Lo Fi di Milano, locale che si presta molto ai nostri gusti, nel quale  abbiamo già suonato la primaverascorsa insieme ai Santa Muerte e Club 27 e poi è anche abbastanza vicino a casa…in seguito vedremo come andrà il 7″ , tieni d’occhio il sito della badmanrecords o il nostro spazio su reverbnation per varie ed eventuali.

M. Quanti litri di birra sono andati bevuti per la riuscita del disco ?

H.B. Per fare il rock and roll serve la vecchia regola  di un bel panzone gonfio di birra .

I veri miti del rock sono i martiri dell’alcool: quelli che si sono sformati  il corpo intendo l’ultimo Elvis e l’ultimo Morrison.

M.A quando l’uscita del disco?

 H.B. Il disco è on the way, roba di giorni, forse ore, i ragazzi dell’etichetta hanno fatto un ottimo lavoro ed in breve tempo, ci tengo a ringraziare anche Simone Lucciola per aver sviluppato in maniera stratosferica il disegno della copertina su idea di Andrea.

ROCK ON!!! mentre il Macca appariva inesorabilmente off line  sulla chat 
 


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Ancor sur la critique musical “la lezioncina di Henry che rolla “

agosto 5, 2011
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I critici del rock and roll appartengono alla categoria delle persone noiose e non c’è da stupirsi che scrivano articoli noiosi.

Io sono tra i gli ultimi di loro per fama ma tra i primi per tediosità.

In fin dei conti mi pare di scrivere sempre la stessa cosa, le stesse citazioni musicali, quelle due o tre extratestuali per far contento mr. jackobson, e uolà, demivolè, la frittata è bella che pronta.

E’ un pò come nutrirsi sempre di un uovo al tegamino, sai già cosa mangerai, una forma geometrica perfetta esteticamente ma insipida, sciocca.

 così pure le recensioni rock, ti confermano sempre ciò che ti aspettavi, un bell’articoletto, niente più.

dunque que faire?

Mi ricordo di aver letto una folgorante intervista ad Henry Rollins periodo My War- Black Flag in cui impartiva una lezioncina al vetriolo allo sventurato intervistatore di turno, of course c’era una bella dose di proverbiale provocazione harcore, ma Mr. Muscolo andava affermando che se un giornalista vuol scrivere una recensione dignitosa dovrebbe farlo senza citazioni e paragoni con altre band o con altri generi, insomma trattare dell’oggetto nella sua specificità.

Adesso voi provatea farlo io continuo a tediarmi


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CIALTRON IS PASSION TOUR

agosto 4, 2011
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C’è nessuno oltre l’Avenue D(ee dee)? Esegesi dell’editoria rock

agosto 3, 2011
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Si stanno moltiplicando come scarafaggi in un bordello i libri sul rock and roll.

Esistono le mere traduzioni, più o meno fedeli al testo originale, per lo più biografie o autobiografie e traduzioni di testi così come fu in principio con gli immarcescibili testi targati Arcana, ve li ricordate? Oggi li trovate rannicchiati in un angoletto in qualche libreria che vende usato insicuro-seconda mano un po’ sgualciti ed ammuffiti, francamente non sono invecchiati bene ma essi furono il principio, ora e sempre.

Dunque oltre alle traduzioni ci sono i saggi sul rock and roll, personalmente vi consiglierei i due libri fulminanti del fulminato Lester Bangs e scartate tutto il resto: solo per gli appassionati di decostruttivismo, situazionismo e altra roba di scarto gay oriented, che ha poco a che fare con il rock and roll, consiglierei “Tracce di Rossetto” di Greil Marcus.

Per quanto riguarda le guide di genere rock, monumentale e succulenta quella sul post punk 78-84 di Simon Reynolds, villosa al punto giusto American punk hardcore di Steven Blush, queste rientrano in qualche modo nel capitolo traduzioni, poi si trovano i bignami nostrani della Giunti Edizioni omnicomprensiva che spazia cioè dal Metal al Grunge  passando per il Progressive, essenziale e scabra, per i neofiti di qualsivoglia genere.

Particolare accanimento letterario si è riversato sulle defunte celebrità del Club 27, tra insalate di aneddotica , leggende dell’età dell’oro, improbabili ricostruzioni e confessioni dell’ultima ora furoreggiano tomi su Hendrix, Morrison in particolare, Cobain, Barrett ma anche mostri sacri del jazz bruciatisi troppo in fretta.

Di questa dinastia che ha una fetta di mercato piuttosto ostinata e maniacale ve ne suggerisco una recente del poliedrico Andrea Valentini su Brian Jones 3.7.69 morte di un Rolling Stone edito da Tzunami per almeno tre ragioni: primo, sono usciti pochissimi libri su Brian Jones, lui è uno dei pochi seguaci del Club 27 a non essere stato inflazionato e gettato nel mattatoio mediatico, secondo motivo è un libro che si attiene strettamente a dei fatti di cronaca, poco romanzato, pochi arzigogoli e sentimentalismi,insomma un vero crime book, sullo stile delle narrazioni di Lucarelli fedele al metodo causa effetto. Terzo Andrea Valentini è un mio amico, compagno di sbronze e di perversioni soniche.

Questo preambolo per affrontare in maniera un po’ obliqua due libri di rock and roll che ho visionato ultimamente. Wild Years La musica ed il mito di Tom Waits di Jacob Jay edito da Arcana e Oltre l’Avenue D di Philippe Marcadè stampato per i coraggiosissimi tipi dell’Agenzia X.

Perché unire due libri così diversi fra loro? Due artisti che seppur hanno condiviso le medesime traiettorie che il rock and roll impone sono quasi agli antipodi dal punto di vista musicale.

Ebbene ciò che li accomuna è l’integrità. 

Seppure Tom Waits è diventato con il passare degli anni a suon di sbronze e di ineccepibili album osannati dalla critica una figura coccolata anche dal grande pubblico non ha mai svenduto una sua canzone per la pubblicità, solo per intenderci, continua ad uscire ed entrare dalle porte laterali dei club dove suona e nonostante collabori con personaggi di calibro rock-monolitico e sia uno dei musicisti più influenti dell’ultimo ventennio difficilmente lo si nota in qualche show televisivo o sui rotocalchi scandalistici.

Wild Years La musica ed il mito di Tom Waits di Jacob Jay è un libro che ha ormai qualche anno sulle spalle però in maniera molto diretta e limpida, attraverso stralci di interviste e poche altre notizie certe che si hanno sul guascone di Pomona, ci tratteggia una sagoma densa di significato che è molto somigliante al mito di Tom Waits e che forse anche lo stesso singer californiano troverebbe verosimile.

Philippe Marcadè è un altro guascone nel senso proprio del termine perché francese anzi Parigino, quindi un testa di cazzo a tutti gli effetti.

Soltanto un parigino testa di cazzo amante del rock and roll anni ’50 avrebbe potuto sopravvivere al disastro pre punk e punk della New York nel decennio d’oro e di ero 72-82.

In mezzo alla sua sopravvivenza ci sono le decine di vittime dei suoi amici dell’epoca, noti e meno noti. Philippe o Flipper come lo chiamava il new york doll Johnny Thunders ha avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto con la gente sbagliata, e quindi giusta, come ammette candidamente anche lui.

In tutta franchezza dei suoi Senders, rock blues band, frega a nessuno, ma a tutti invece interessa sapere gli aneddoti di chi quella scena del CBGB e Max Kansas l’ha vissuta dal di dentro, se non come protagonista quanto meno da comparsa.

170 pagine ingoiate tutte d’un fiato, un overdose che se per fortuna non ti stende al tappeto non per questo non genera contusioni nello spirito.

E’ davvero solo rock and roll come ammiccavano gli Stones vestiti marinaretti sodomizzati da Genet ? o forse è qualcosa per far sopravvivere la noia e la noia ha un suo mercato.

           


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