Dead Skyline

“Diario di bordo di un clandestino balordo” – intervista di Philty per Le fleur mort mag.

settembre 25, 2012
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“Diario di bordo di un clandestino di bordo” è un romanzo breve di Hugo Bandannas in uscita il prossimo mese in formato e-book. 

 fotografia di Francesco Graziosi

D.Quanto sei soddisfatto di questo tuo Diario di Bordo?

R.Sono soddisfatto nella misura in cui sono riuscito per la prima volta nella mia vita a scrivere un romanzo breve. Lavorare su un romanzo rispetto alla lirica o ai racconti è decisamente più impegnativo, serve una dedizione assoluta che a volte compensa  la mancanza di ispirazione.

 D.Cosa ti rimproverebbe Hugo di vent’anni fa?

R.Sicuramente di aver messo su qualche chilo di troppo  ! In definitiva il mio carattere naivè e spontaneista è rimasto lo stesso di vent’anni fa, credo ci stringeremmo pacificamente la mano.

 D.Cosa gli risponderesti?

R.Hai ragione, devo dimagrire!

D.Questo romanzo ha una funzione catartica? Sembra che tu voglia rientrare in certi confini. Corrisponde ad un lavoro che stai facendo su di te?

R.Questo romanzo è una specie di regolamento di conti con la mia città ed un ambiente che ho abbandonato ormai da sei anni: il Porto e i rapporti poco mediati, che si stabiliscono all’interno del waterfront.  Ci tengo a sottolineare che ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale…

D.Credi sia una svolta definitiva?

R. Dedicarmi alla scrittura di un romanzo breve è più di una svolta, è un inversione ad U in tangenziale nell’ora di punta.

D.Come scrittore sei scisso da te musicista? E se parte dell’uno si riversa nell’altro, come la musica entra nel tuo romanzo?

 R.Sono due forme espressive che non riuscirei a scindere, esiste della letteratura nella musica e viceversa. In “Diario di bordo” ci sono molti riferimenti alla musica, dal suono metallico e schizoide delle gru in porto alla band garage degli Oblivians.

  
D.Mi anticipi qualcosa sul prossimo romanzo?

R.Ho iniziato a buttare giù qualcosa che è ancora in forma embrionale, se riuscissi anche un po’ a distaccarmi dal mio ego trip forse sarò in grado di scrivere qualcosa di generazionale, l’equivalente di un “Gioventù bruciata” contemporaneo.

D.Come pensi di promuovere questo romanzo?

R. Prima di tutto mi adeguo al formato e-book, ancora non è chiaro se usufruirò di qualche portale on demand, se sarà coinvolta qualche casa editrice o se mi avvarrò della deadskyline press….da me creata per l’occasione.  Dopodichè farò dei reading su richiesta via skype, forma già sperimentata dopo l’uscita della mia raccolta: “racconti cialtroni per cervelli a sonagli” per zonacontemporanea ed. Insomma non mi faccio illusioni di vendite.

 Non vado mai ai reading non vedo perchè qualcuno dovrebbe venire ai miei, roba estremamente noiosa e da farsi le seghe a vicenda nel caso ci fosse qualche presente fuori dalla cerchia dei familiari e amici!
 
D.La  poesia è qualcosa che ti sei gettato definitivamente alle spalle?

R. Decisamente! ho smesso dopo l’ora blu….
 

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The Swans – veggenti vegan – “the seer”

settembre 21, 2012
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L’ago della bilancia della sperimentazione nel rock pende sicuramente più verso il versante europeo che verso quello a stelle e strisce: I Floyd nella swinging london, il Canterbury sound dei Soft Machine e compagnia patafisica, il kraut Rock dei Faust, strabordante di elettronica e minimalismo. O  le derive progressive dei francesi Magma e quelle industriali dei tedeschi Neubaten.

Il modus operandi degli Swans secondo me appartiene alla sopra citata matrice molto più che al noise approssimativo e grossolano made in usa. Sono dei cigni neri in uno stagno bianco.

Gli Swans di “the seer” sono i veggenti che si affacciano sull’apocalisse, smettendo i panni di un rumorismo da brodo primordiale con cui hanno sempre invocato la fine di tutto e vestendosi a lutto coperti da una sinfonia di silenzi e invocazioni-liturgie a perdere.

“the seer”, imbevuto di quella polifonia cara a bachtin,  arriva a congiungersi 10 anni dopo con il pioniere dell’escatologia “Silence is sexy” dei cugini Einsturzende. Congiungersi per poi scomparire come due pianeti allineati durante una eclisse.

L’armageddon degli Swans è una sinfonia profetica di campane tibetane, un allarme scattato in ritardo, la dilatazione dello scrosciante intro di “dark side of the moon ” mestruata e fatta girare a vuoto. A volte sembra che la puntina del giradischi si inceppi, ed è proprio in quel momento prossimo alla stasi, alla fine definitiva, che invece qualche ingrannaggio ricompare, come una maledizione. Un suono deleuziano – immagine/tempo – immagine/movimento che vieta la redenzione peccatorum cristiana, ma prosegue ben oltre l’apocalisse che sia rumore o silenzio non ha più alcuna importanza, durerà più dell’essere umano. amen


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ALBEDO di Christian Lucidi

settembre 13, 2012
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Immagine

Una coppia reclusa tra le 4 mura. Lui dà i primi segni di squilibrio, esplicitati, poco dopo, dalla diagnosi clinica di schizofrenia.

Un lungo ricovero, di cui non vediamo niente, seguito dalla scelta di lei di curarlo personalmente e di non uscire più di casa per proteggerlo e proteggere se stessa.

 

Un gioco di Ombre proiettate a vicenda: è lui veramente psicotico, o è solo il portatore dell’Ombra di lei?

La malattia è uno stato organico squilibrato o una “semplice” crisi spirituale e relazionale? E quanto può fare la fiducia e la speranza, insieme al tentativo di vedersi effettivamente per quello che si è, in un rapporto a due? Una possibile risposta nell’inquadratura finale: vera o immaginata da lui?

Allo spettatore non resta che scegliere.

La sinossi del recentissimo medio metraggio di 40 minuti  (sul web visibile solo una versione cortometraggio dimezzata: https://vimeo.com/48792349 ) “Albedo”, per la regia di Christian Lucidi,  apre degli scenari esistenziali illimitati che farebbero presupporre un’ ambientazione sconfinata in cui far interagire e circolare i due protagonisti del film.

 Prende invece spunto dalla raccolta di racconti di Sartre “Il Muro”, in cui l’esistenzialista  francese si focalizza sulla contrapposizione coraggio/viltà, risolutezza/titubanza, quattro situazioni diverse che pure rispecchiano uno stesso modo di agire e di pensare.

 Ecco spiegato il motivo per cui questi potenziali orizzonti indeterminati  si rivelano in definitiva un non luogo angusto e “murato”, borderline, che da claustrofobico angolo domestico diventa un transfer a doppia mandata per le 4 pareti di una psiche sfilacciata e ferita.

Se una trama torbida come quella di “Albedo” richiamerebbe psycho movies come Spider di D. Cronenberg o “TheAddiction” di A. Ferrara, lo stile ed i movimenti della m.d.p. nello specifico risultano essere originali e svincolati da correnti note, a parte qualche passaggio in cui si rintracciano passaggi alla Gus Van Sant e Lars Von Trier, nell’indugiare ossessivo sulla stessa sequenza.

Il regista riesce nell’intenzione più o meno consapevole di restare ben saldo al linguaggio cinematografico senza farsi distogliere come spesso avviene nel cinema contemporaneo da intralci o innesti metalinguistici o surrogati letterari, televisivi o teatrali.

I protagonisti, il Lucidi stesso nelle vesti dello schizofrenico e l’attrice belga Anael Snoek, attraverso dialoghi rarefatti, scabri e rarefatti, in lingua francese, non eccedono mai in superflui compiacimenti, ed insieme alla regia sferzante creano quell’alchimia malata da cui nessuno ne uscirà vivo, nel senso di salvo-purificato, né l’attore, né lo spettatore e men che mai l’immagine.

“Albedo” si distingue ancora una volta dagli stilemi e dai cliché di matrice cristiano manichea e di catarsi propri e affini a poetiche di registi come Abel Ferrara e Von Trier perché manca totalmente di redenzione e catarsi.

Sembra anzi restare sospeso in un limbo limaccioso, un interregno di simboli schizoidi:  i corpi dei personaggi che galleggiano nella vasca da bagno, senza affondare e senza riemergere, sembrano archetipi  insoluti, sospesi, che “sussurrano e gridano”  in maniera alternata e che finiscono per implodere nel silenzio autistico da “murato vivo” nella casa – mente dei due sbiechi amanti.

In questo apparente non luogo sembra scorrere e aggrovigliarsi una metafisica corrente  elettrica che somiglia  all’esistenza stessa.

 

INTERVISTA CON IL REGISTA (VAMPIRO) di Hugo Bandannas

 Q. Il tuo film sembra un congegno diabolico tipo scatola cinese, nel senso che ha più piani di lettura, era tutto previsto fin dall’inizio o qualcosa ti è “piacevolmente” scappata di mano durante la lavorazione del film?

 C.L. L’unico motivo per fare un film, a mio personale avviso, è quello di mettere il film  nella condizione di rivelarci quello che avevamo lontanamente intuito nella scrittura dello stesso. Credo che sia necessario quindi saper perdere il controllo e lasciare che questo avvenga.

Ma è necessario anche equilibrare anche con l’altro polo: il controllo assoluto. La vera difficoltà forse è cavalcare queste due esigenze contemporaneamente.

 Q.“Albedo” è un film coraggioso, gli stessi protagonisti sembrano fregarsene  della vita al di fuori di loro, è una metafora anche per te come regista: te ne freghi del cinema dei tuoi contemporanei?

 C.L. Ci sono alcuni film-makers che ammiro molto. La maggior parte mi annoia.

 Q. Parlaci dello sviluppo del film, dall’idea iniziale alla stesura, se il punto di riferimento era il racconto “La Stanza” di Sartre, sembra che tu quel muro  lo abbia volutamente abbattuto per confondere te stesso o lo spettatore?

 C. L.  I muri sono necessari, i muri vanno abbattuti…

 Q. Come sei arrivato alla stesura  definitiva dei  dialoghi?  

  C.L. I dialoghi erano molto più presenti in sceneggiatura, il montaggio si è portato via tutto ciò che non era essenziale. Per fortuna.

 Q. Perché la scelta della lingua francese per “Albedo”?

 C.L. Mi piaceva l’idea di fare questo piccolo film con Anael, che è belga. Sempre a livello razionale, potrei dirti che se è vero che ogni storia può essere raccontata in qualsiasi lingua, non credo sia altrettanto vero che una data storia appartenga in egual misura a tutte le lingue. Per questa storia il francese era la lingua giusta, ne sono sicuro. Poi c’è anche dell’altro, al di là del razionale, che mi ha spinto a fare questa scelta. Ma lasciamolo là, in quel contenitore buio, almeno per ora…

 Q. Il tuo primo film non sembra lasciare molte speranze per una possibile evoluzione dell’umanità, sembra proprio il contrario, ovvero tu denunci la finitudine dell’uomo, con che spirito ti appresti a superare in un eventuale prossimo lavoro, questa poetica così nichilista?

C.L. Albedo trasuda redenzione da tutti i pori… ma la redenzione non può che passare attraverso il mettersi davanti a se stessi, magari in un gioco di specchi e riflessi con l’altro, nudi e crudi. E questo porta con sé silenzio, buio, crisi, incertezza… Se questo non fa paura, allora la percezione del nichilismo di cui parli è immediatamente ribaltata. 

Q. In questo film sei regista, attore e co-sceneggiatore, pensi che una scelta così radicale sia favorevole a rendere l’idea di partenza più fedele al risultato finale.

C.L. Se è per questo l’ho anche montato e co-prodotto.. è stata soprattutto una scelta di budget, ma tornando indietro con altri presupposti rifarei tutto lo stesso: ci ho preso gusto. 

Q. Parlaci della tua attrice belga

 C.L.Una donna e attrice anomala. Sta nel film giusto.

 Q. Infine, i tuoi progetti futuri e qualche dritta ai lettori di deadskyline su film che consideri valga la pena andare a vedere

 C.L. Consiglio a chi non l’ha visto di vedere Shame. Secondo me è una grande lezione di vita e di cinema. Antichrist, di Lars Von Trier. Seul contre Tous, di Gaspar Noè.

  

 


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