Dead Skyline

The DoGgS – Red Sessions (autoproduzione,2012) “con una bomba sotto al culo”

aprile 22, 2012
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Se gli Hellacopters avevano pagato i loro debiti (paying the dues n.d.r.) con il torbido passato della motor cycle saga, the Doggs si trovano a dover raddoppiare la somma/dose e pagare un tributo sia agli Scandinavi che ai Detroitiani.

L’agnello sacrificale di tutto ciò è il recentissimo “Red Sessions” (autoproduzione) in cui i tre si svaccano su un divano addossandosi l’ingrato compito di dominarie le macerie di una Milano in cui anche la Madonnina si è messa da parte.

L’anthem di apertura “Midnite eyes” si infogna da subito con superbia nelle smagliature schizoidi e sfatte degli Stooges di Funhouse, ossessione compulsiva e condizione sine qua non dagli esordi della band

Si prosegue con devianti intrecci di chitarre, riff urticanti ma minimal ad opera di Christian Celsi sostenuti da una pesante sezione ritmica, la Grace ed il Mezza, in cui la voce dello stesso Mezza spuatazza nafta strofe e riverberi ricordando a tratti l’Alice Cooper dell’annata buona .

“Red Sessions” attraversa con nonchalanche tutto il ventennio nordico di Union Cabride, Gluecifer, Turbonegro ( I got erection docet) con una patina di scazzo e decadente apatia tipicamente meneghina.

In “Drugstore” i Doggs sembrano finalmente trovare la soluzione al loro/nostro malcontento esistenziale scartando l’ipotesi violenta della rapina in farmacie per imbottirsi di pillole, già contemplata nel film culto “Drugstore Cowboys” dichiarandosi contrari ad inutili prescrizioni mediche, le quali una volta abolite porterebbero l’individuo ad una felicità chimica su misura.

,Per analogia i Doggs sfidano e provvocano i loro colleghi, troppo invischiati e presi a trovare nomi del cazzo che hanno a che fare con panifici, teatri ed odontoiatria, a saccheggiare un passato di nefandezze soniche che non può essere sepolto.

Anche se il debito, si sa con il tempo è destinato a lievitare, ed il prezzo a crescere, i Doggs fino ad ora se ne fregano e fanno quello sporco lavoro con una bomba a tempo sotto il culo (ride my bomb).

 

di Hugo Bandannas

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La traccia nascosta -in-eXistenz

aprile 13, 2012
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Immaginedi Hugo Bandannas

Qual’è il fil rouge che lega i tre dischi assiomi del rock and roll e non: exile on main streettrout mask replica e twin infinitives ?

 Li lega il fatto di essere un unicum. Un brano/taccia/lokomotiva solo segmentato in molteplici sotto-tracce. Non sono propriamente dei concept album, perchè nei concept ogni singola canzone lavora per la finalità del concetto stabilito per l’appunto.

I suddetti album si srotolano su un binario unico, per alcuni un binario morto per altri un binario che tende ad infinito, ma comunque un binario con la sola locomotiva, ed il fatto che siano divisi per singole unità/vagoni è soltanto un espediente di marketing per renderli più appetibili e trattabili.

Ascoltando per intero queste lokomotives del suono si ha l’impressione che siano stati registrati con una sola take nell’hic et nunc ed i fatti ci danno ragione almeno in parte. Registrati nell’immediato tendono all’infinito.

Al di la dell’indubbio sgangherato e sdrucito approccio naifè dei rispettivi dischi che mette un punto a capo alla prosopopea del rock and roll, essi si basano esclusivamente sulla musica nel senso ontologico del termine. Sono assolutamente privi di ogni distrazione accattivante o espediente estetico che compensa solitamente la pochezza dei lavori in circolazione.

Ciò che sorpende di più durante l’ascolto è comunque la caleidoscopica polifonia e la spiazzante decontestualizzazione – qualità inesistenti nel panorama rock su larga scala.

Decontestualizzazione perchè ognuno di questi Lp ci conduce verso un luogo indistinto, mai esplorato prima, ignoto sia a livello immaginativo che sonoro eppure allo stesso tempo dotato di un  costante deja vu primordiale, come se andasse a toccare le note sepolte e occultate da qualche parte nell’essere e non essere.

Polifonico perchè pur essendo un unicum segmentato in sottotracce, questa nebulosa informe e deformata colpisce ed avvolge l’ascoltatore da più parti in maniera disarmonica ma ammiotica  così che dall’inizio alla fine si è costretti ad essere parte attiva all’ascolto e non più ascoltatori passivi alla mercè di canzonette pink punk pop digestive.

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Perchè questa musica risulta essere ostica o è considerata tale?

In prima analisi perchè è musica che non passano alla radio, l’orecchio non è abituato a tali dilatazioni temporali di suoni e a spezzettature cumuliformi così come non è abituata al cinema d’autore. Si snerva facilmente e preferisce l’esaurimento robotico dei media a quello destabilizzante della novità.

Poi perchè questa musica è meno concettuale di quel che si pensi.  Agisce e modifica i pensieri e le idee delle persone in modo dirompente ma subdolo per cui non è pensabile ascoltare queste 3 unicae lokomotif e poi tornare indenni al montaggio ripetitivo ed insulso delle proprie azioni, alla vita di merda di sempre.

Questo tipo di sgorbio sonoro persistente è stato creato ma non de-generato per scolpirsi nel tempo, imprimersi nella coscienza anche se questa si affannerà a respingerlo, esso penetra nella carne pensante la scarnifica come un hellraiser, sbriciola i muri delle vostre case, intacca e riga i vostri cd riposti ordinatamente sugli scaffali, e come una traccia nascosta, deturpa la bruttezza delle vostre in-esistenze, arriva persino ad operare al posto vostro, voi che non siete più in grado di ad/operarvi ma soltanto di meritarvi ciò che ascoltate.

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Haikuz dalla tazza del cesso

aprile 6, 2012
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Lui: Te fumè una gitanè

Te bevè un espresse noir a le bistrot

comme Brigitte Bardot

Te me sussure

Lei: oh cherie paga lu cont che teng in canna nu strunz’  gross’ tant!

Hugo Bandannas

Agg’ tirat’ lo sciacquone

e m’è calat’ l’ispirazion’

ngopp’ a u’ tubett’ de aspirina

l’hann tajat’ co la morfina

h.b.


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