Dead Skyline

Lars strikes again di Annette Silhouette

novembre 5, 2011
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Impossibile parlarne ma anche impossibile non parlarne. Solo alcuni spunti

 Tarkovskij:  me l’ha ricordato per un fatto di immagini, evocazione di spiriti, e  il  femmineo.
M ricorda tanto “Lo specchio” questo film. Qui la natura non è viva come nei film di Tarkovskij. certo. Non c’è interazione tra natura e uomo.
L’uomo è solo, nell’universo nessuna ltra vita,ma  per rendere una simbolica inesorabile solitudine.
 Io non ci vedo, come dicono qua e là, la condanna del mondo borghese.  Critica spesso spicciola e comune.
 L’autore conosce il mondo borghese, vuole condannare il “mondo”, per farlo sceglie un rappresentante: il mondo borghese.
Justine si barcamenava tra il dare e il non dare a vedere ciò che sentiva interiormente. Ma poi Justine dice basta ai ruoli e in particolare al suo ruolo di donna. Per questo violenta sessualmente un uomo. E’ un’epoca in cui i maschi non recepiscono nulla, sono come dei sempliciotti,  forse Von Trier anela a trovare nella psiche della donna il confronto. Per questo  spesso vuole andare così in fondo all’animo delle donne, capisce troppo bene i maschi per poter sperare di trovarvi profondità.
Quando Justine, la protagonista, cambia tutti i libri d’arte, aperti su immagini di tipo geometrico, e ne apre altri su quadri che rapprsentano l’umano: caravaggio , i preraffaelliti … vuol ribellarsi alla piega che abbiamo preso culturalmente con l’astrattismo.
Altro tema: la morte, la miopia del genere umano nei suoi confronti. Se ne è terrorizzati e questo rende tutte le vite false, se non si muta  l’atteggiamento verso questa verità non possiamo fare nessun progresso nel nostro modo di vivere.
E odio, odio verso una umanità scialba che costringe gli eletti a deprimersi, ad autoeliminasi, per mancanza di possibilità di esprimersi.
Justine scopre nel giorno del suo matrimonio che non c’è speranza per lei di conciliare la sua vita con quella degli altri.
E al marito che gli dice “poteva essere tutto diverso” , lei, guardandolo, senza frapporre più niente, tra sé e l’altro, dice “Sì, ma che ti aspettavi?”. Lui resta così fisso, non è che non comprende cosa lei voglia dire, lo sa, ma decide di continuare la recita, perché non avrebbe con cosa sostituire la sua vita preconfezionata. Justine no, non può farlo più si è spinta troppo oltre.
E Claire, altra donna, personaggio minore: lei si affida ad un uomo, lei che si sente piccola, ma che fa quel che deve… E l’uomo? vile e egoista: si dà la morte da solo, privando gli altri del veleno che Claire aveva comprato per tutti, in caso di sicura catastrofe. Da allora Claire è costretta prendere le redini della sua vita e di quella del figlio, quando capisce che non c’è nulla da fare non le resta che provare ad attuare un rito consolatorio, anche questo preconfezionto, non vero. Ma Justine rifiuta di abbandonarsi alle solite pagliacciate della vita in un momento di resa dei conti.
Cosa resta? La pietà per il bambino, la cui vita non è ancora stata guastata dal mondo, ha senso costruire una morte per lui, è quello che Justine  farà per lui. Non è un diversivo, non è ingannarlo. Una vita di fantasia, non è ancora sbocciata, una vita di fantasia merita una morte diversa. Gli adulti devono avere lucidità, non possono abbandonarsi e evitarsi responsabilità.E il film non si esaurisce certo in questo, ma è questo che mi premeva dire e Von Trier è l’unico che mi sa di SERIO.
 
 

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