Dead Skyline

“Vorrei essere sempre in galleria con radio maria” Luther Blissett rendez vous avec Hugo Bandannas.

novembre 15, 2016
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“Voglio essere la trobbin’ gristol dei racconti” Luther Blissett
Escatologica, apocalittica, nazistella: per le sue sole 29 primavere ha svissuto più metamorfosi di Bowie e trans-formazioni di Lou Reed; appassionata di elopram ed altre nefand-mondezze; Luther Blissett è la Isabella Santacroce dell’eremo di Camaldoli: una Santa a metà strada tra il di/vinorum ed il sanatorium. Ci incontriamo in una piovosa sera di ottobre fuori dal Qube sulla Prenestina a Roma, in fila per tre col resto di due in attesa dell’ultimo atto, forse, di quei burloni della Morte a Giugno, due generazione a confronto; tutto un pò come fosse il 1996 ma con le lancette spostate in avanti di 20 anni.
L.B. Cosa ti ha spinto a scrivere?
H.B. La mancanza di luce, intesa come energia, che stava pian piano svanendo con il trascorrere degli anni attorno a me. Non potevo sopportare troppo buio, murato, ma soprattutto declinato vivo!
Ho sempre scribacchiato fin dall’epoca del disagio liceale, così fan tutti, liriche sepolcrali che erano quasi più deprimenti dei prof. che tenevano improbabili lezioni di scrittura creativa versus la new wave delle stragi del sabato sera.
Poi ho preferito per un paio di decadi dirottarmi sulla musica e con alterne sfortune sono arrivato a passare il “mezzo del cammin” stanco di prove, provole, sconcerti e genti del roghero’. Allora ho imbracciato un portatile ed ho scritto tre romanzi brevi. Entro la prossima primavera sgraverò il quarto: “Wild card for Wild life – la solitudine dei non classificati”, malavena edizioni.
L.B. Quali sono le tue maggiori influenze?
H.B. Tendo a scrivere mettendo tutto in una gigantesca centrifuga industriale; ci butto dentro i miei panni sporchi biografici, quelli puliti degli altri, e viceversa, provo ad intercettare il mio momento storico; a diventare una specie di antenna intermittente a volte c’è campo a volte meno. Vorrei essere sempre in galleria con Radio Maria. In questo senso reputo il metodo di W.Burroghs del cut-up ancora contemporaneo per de-strutturare anti-narrativamente un mondo deframmentato e schizoide.
L.B. Qual’ è il tuo pubblico preferito immaginario?
H.B. E’ anche quello reale spesso, quello assente. Scrivo per il mio cerchio magico di amici, conoscenti, amici di amici, alla fine è qualcosa di molto condominiale. Forse avrò raggiunto 100 unità.
L.B. Cosa vuoi fare con la tua scrittura?
H.B. Non sarò mai superiore a Celinè, Dossi, De Lillo, quindi una volta che ho appurato questo cerco soltanto di usare la scrittura come una torcia, faro mi pare esagerato, mi sembra qualcosa di generazionale. E’ un’epoca molto buia e svilita, con i mezzi che si hanno, accendini, torce, molotov, è un dovere, una missione far luce per se stessi e per chi al momento è cieco o senza benza, combustibile.
L.B.Ultima domanda
Inauguriamo una corrente industrial?
H.B. Qualcuno prima di noi l’ ha fatto Luther! Bisogna per quanto possibile, anticipare i tempi, partire in solitaria, scegliere sempre e comunque la strada meno battuta e con più battone possibilmente… è un lavoro sporco che non da gratificazioni, ma sarebbe un peccato mortale attardarsi su vecchi modelli un tempo d’avanguardia. Se poni te stesso come medium, ponte; una mente-corpo come terreno di sperimentazione autentica e non come pretesto per ripetere i vecchi clichè triti che ancora esercitano il fascino del secolo dimenticato, allora più che una corrente inaugurerai uno tzunami ed io spero di esserne travolto. E’ l’unico augurio che mi sento di farti.
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