Dead Skyline

GUIDA ILLUSTRATA AL FRASTUONO PIU’ ATROCE a cura di Simone Lucciola

novembre 24, 2009
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Prendete Lester Bangs, i suoi baffi spugnosi ancora imbevuti di rominal, i capelli bisunti e i suoi flussi di coscienza antagonista proto punk che soltanto in tempi recenti sono stati ingabbiati in quella bibbia   apocrifa “Guida ragionevole al frastuono più atroce” e provate a visualizzarlo, ebbene cosa ne esce fuori?

Più o meno  a questo interrogativo  ha dato risposta il Poverello del Signore all’anagrafe Simone Lucciola agitatore e agitato punk scenester  di Roma e dintorni, nonché collaudatore di nuovi linguaggi atti a far risplendere l’oltraggiato e sbrindellato vessillo  del punk rock. Simone Lucciola preda di un sonno irrequieto dettato da ininterrotti usi ed abusi alcoolici svaccato sul lungomare di formia ha una visone nitida, un sogno  deviato e acido in pieno stile surrealista: quella notte infatti gli è apparso l’Andrè Breton del punk in persona,  quel panzone sudicio giornalista critico sconclusionato di Detroit (sucks) che gli ha imposto di trovare 31 giovani fumettisti italiani con la passione per il rock non mercificato e produrre incesti tra il fumetto e le l’aneddotica sordida ma fulgida della letteratura  punk rock.

Ma se il padrino del giornalismo gonzo è il nume tutelare di questa succulenta raccolta incestuosa punkomic ,  un’altra eminenza tossica si fa largo tra le tavole di questo libro, aleggia infatti lo spettro di Andrea Pazienza   nella diversità di stili e generi trattati e soprattutto nell’ossimoro raggiunto nelle varie storie in cui a disegni curati si accompagnano didascalie volutamente rozze e impoverite e viceversa a disegni primitivi e quasi infantili seguono didascalie intellettualoidi  ed esistenzialiste, c’è anche qualche eccezione, anzi direi che GUIDA ILLUSTRATA AL FRASTUONO PIU’ ATROCE ha come attitudine e forza d’urto l’eccezion-alità e  imprevedibilità propria di lavori che ridefiniscono e svecchiano una semantica e simbologia così ortodossa come il punk togliendola da quel vicolo cieco dove si era andata a cacciare e ributtandolo di forza in quel tunnel dove alla fine però c’è la luce.

Alla presentazione di questo libro, qualche giorno fa nella mitica libreria “La Talpa” di Fidenza del Frazzi , ho domandato al Poverello perché ci avesse dato un taglio definitivo  con le sue leggendarie e storiche auto-interviste, egli allora prese il libro e lo spezzò lo diede ai suoi discepoli e  disse: “non ho più domande da pormi”, testuali parole “adesso che Lester Bangs mi è apparso in sogno, non devo fare altro che aspettare che il sonno alcoolico mi prenda con sé


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Body Bag Redemption:” ..has got some medieval cure for attention whores like you” di Frank Romantico

novembre 7, 2009
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Ci sono città che assomigliano a sottoscala. Umide e buie, come scantinati. Sporche e grigie, come la stazione dei treni. E’ il lato oscuro della vita, quello velato d’ombra, che sfugge come topi agli sguardi superficiali di passanti distratti. Sembra venire proprio da lì la musica di “Body Bag Redemption”, cocktail di underground e tradizione. Ma non tragga in inganno il nome: non si tratta dell’ultima band newyorkese balzata agli onori di youtube, bensì di un artista tutto italiano, in pratica il vostro vicino di casa. Body Bag Redemption, al secolo Andrea Valentini, è un “one man band”, menestrello urbano che fa tutto da solo: scrive, compone e suona. E lo fa, tra l’altro, veramente bene. Andrea vive a Milano, ma ha nel sangue la brughiera piemontese alessandrina. Suona il rock blues come lo suonavano una volta, solo con quel pizzico di cattiveria in più che può avere solo chi, nel background, conta gente come i The Seeds, i Germs o Jeffrey Lee Pierce. Rock metropolitano e blues rurale, tenuti assieme da attitudine punk. Body Bag Redemption pesca e prende a piene mani da cinquant’anni di tradizione musicale. Cita e ruba, ma lo fa con la naturalezza di chi ama la propria musica e quella degli altri, un po’ come j.luc Godard ha fatto nel cinema E’ roba da marciapiedi: La ricetta ha diverse controindicazioni per i palati fini e comprende tra l’altro:  il minimalismo misantropo dei Velvet Underground, ruvidità e sporcizia come imprinting ancestrale che somigliano a tanti affluenti fangosi che si gettano in quell mississipi di riff comunque orecchiabili. Come in “Peter Saw No Evil”, chitarra ritmica, elettricità e voce macchiata di vino, ma che si presta facilmente all’orecchio e alla bocca. O il brano “Sick of Bein’ sick”, reperibile solo su myspace (www.myspace.com/bodybagredemption), che sembra venir fuori da una delle stazioni del metrò londinesi. Tra piscio e polvere lanciategli qualche spicciolo nel cappello, perché sto pezzo non ve lo toglierete più dalla testa. Ma non c’è solo questo. Capita che la musicalità lasci spazio alle distorsioni e alle stonature di una voce e della chitarra scordata che l’accompagna. Un po’ come le note di quel punk meno versatile stile Melvins, addolcito dal folk più popolare dylaniano, passando per i Lynyrd Skynyrd. Di sicuro Peter Laughner sarebbe fiero di lui. Insomma, Body Bag Redemption non punta sulla tecnica e se ne sbatte se con la sua voce verrebbe rifiutato da qualsiasi scuola di canto. Lui punta al cuore a allo stomaco, racconta storie, imita, copia e te lo sbatte in faccia. E per una volta al diavolo l’originalità, perché in artisti come lui non ce n’è e non se ne sente ancora il bisogno. Di sicuro Peter Laughner, che lui porta tatuato sul braccio, andrebbe fiero di lui.

Frank Romantico


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Πολύ Spaghetti Surf!

novembre 5, 2009
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L’Ondes: “Tòt I Dè” di Francesco Romantico

novembre 2, 2009
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l_57ae9ec98fb04758b6f4b44336e06b8fModena è una città dell’Emilia Romagna, capoluogo dell’omonima provincia, e conta 182.640 abitanti. Otto di questi, da un anno a questa parte, hanno deciso di fare musica e hanno deciso di farsi chiamare L’Ondes. “L’Ondes (dal dialetto reggiano/modenese) è della dozzina d’uova quello malconcio o troppo acerbo o venuto male e che comunque non si deve buttare mai via… tanto un utilizzo glielo si trova!”, scrivono nella loro autobiografia sul loro profilo di myspace (www.myspace.com/gliondes). In effetti è vero: tra tutti i (non troppi) gruppi originari della provincia emiliana, L’Ondes sono tra i più acerbi, malconci, meno originali. Ma qualcosa di buono può venirne fuori. Provano a suonare, ska con influenze punk e punk con influenze ska, ma si perdono a confronto con alcuni dei ben più famosi protagonisti di entrambi i generi. E alla fine non sembrano ne carne ne pesce, forse solo un surrogato di quello che si è potuto ascoltare negli anni, e non solo in Italia. Ma andiamo con ordine. “L’ONDES nasce a fine inverno del 2008 dalla fine di un altro gruppo, la Dolceuchessina”. Il loro intento dichiarato è quello di far musica per divertirsi e divertire, mettendo al primo posto l’amicizia tra i componenti del gruppo. E si sente. L’affiatamento tra i membri è indubbio e il tocco ironico e demenziale dei testi evidente. Il loro primo lavoro è un demotape intitolato “TOT I DE!”, che conta cinque brani di una manciata di secondi l’uno. Per fortuna. Se infatti l’attitudine musicale e la destrezza agli strumenti non si può mettere in discussione, gli argomenti mancano di originalità e la goliardia è priva di mordente. La prima traccia, “Le Parole per Farla Piangere” è forse il pezzo più orecchiabile, più tradizionalmente italiano, lineare dal punto di vista musicale e ben cantato. La sovrapposizione delle voci non infastidisce e il testo è comprensibile, quasi cantautorale. Più di attitudine punk il secondo, “Coppa Samurai”. Il testo è demenziale e quasi incomprensibile e le voci non riescono a star dietro alla musica (che rimane la cosa migliore, come dimostra la naturalezza nei cambi di tempo) “All’ordine del Giorno” è l’anima ska del demo. I tromboni guidano il pezzo e il pezzo fila via liscio, forse troppo. Sulla stessa linea “L’Antimilitarista”, con leggere virate reggae e un gusto molto commerciale, che però non aggiunge nulla al conforme e noioso/annoiato panorama musicale italiano. Chiude il cerchio “Code”, il brano più rock, che quasi richiama i primi System of a Down. Una nota di colore ad un lavoro che non spicca certo per originalità. I L’Ondes non disdegnano l’orecchiabilità. Sanno cosa sia uno strumento musicale e hanno ascoltato tanta musica, da quella più “ggiovane” a quella tradizionale della penisola. Eppure sono anonimi, privi di spessore folk. I loro testi sono ironici ma senza quel pizzico in più di cattiveria, intuitivi ma non brillanti, ascoltabili ma non memorabili. Come la musica. Eppure è solo l’inizio: le premesse tecniche ci sono e forse la prossima volta ci sarà anche qualcosa di stupefacente, di originale, da ricordare. O forse no.


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